ABRAME

PERSONAGGIO POPOLANO: ABRAME

dal libro “Chi campa, véde” di Dionisio Morlacco

Abramo Iliceto era il custode del castello svevo-angioino di Lucera.

Con la sua voce cavernosa, la sua grande statura e il suo fedele mastino, era diventato il terrore dei ragazzi, che si spingevano a giocare fin sotto le mura del glorioso monumento di Lucera.

Timore incuteva anche ai caprai “in vena di pascolo abusivo sulle vicine pendici”.

Ai forestieri e ai turisti che visitavano la Fortezza svevo-angioina, insieme con le sue notizie (qualche volta imprecise o inventate o gonfiate apposta per rendere più interessante la storia di Lucera) raccontava una patetica vicenda d’amore tra la figlia del castellano e un paggio di Federico II, vicenda che, dicono, finì per ispirare anche il poeta Umberto Bozzini.

“Da ultimo mostrava ai visitatori una stanzetta adibita ad ossario dove, affiorati dagli scavi, erano allineati teschi di progenitori salvati per pietà cristiana dallo scempio dei cani randagi.

Tutto compreso, il buon Abramo concludeva le sue spiegazioni con <E quéste so’ i cocce! > E poiché ometteva il genitivo di specificazione veniva fatto di chiedersi di che cocce si trattasse!”

Altro espediente usato da Abramo, per stimolare i visitatori alla regalia, ci viene raccontato dal giornale Il Frizzo: “….. il custode del nostro diruto Castello svevo ripete una frase prediletta ad ogni ‘galantuomo’ che si benigni di visitare i ruderi del vecchio maniero. Abramo, non appena scorge dal suo posto di vedetta una persona autorevole, che s’avanza verso il Castello, corre ad accendere una lampada ad olio in una cameretta dove, a guisa di oggetti in un museo, sono allineati una ventina di teschi, tratti dalla ‘fossa de l’impisi ….’

Il custode portando la mano al berretto saluta il visitatore, mentre il suo cane scodinzola, persuaso, forse da un bel pezzo, che quelle visite riescano ben gradite al suo padrone; poi, durante la immancabile ricognizione del luogo dove alloggiava la ‘cavalleria della rocca’, mostrando le feritoie donde ‘i suldati tiravano co’ i fucili contro li nimici,da vero antimilitarista Abramo esclama: Brutta cosa, signurì, è la guerra; dovrebbe abulirsi: vui sapite, quanta figli di mamma cadono cu lu core trafurato da li palle … Dopo una mezz’ora di chiacchiere, mentre il visitatore esce dalla porta principale, Abramo lo trattiene ancora un po’ e, battendo in terra il bastone … del comando, esclama: Signurì, sentite come interloquivano in questo tubo i suldati della rocca.

Come si sa, il patriarcale custode accenna, o intende accennare a quel comunissimo fenomeno della trasmissione del suono nei mezzi cavi, per cui le sentinelle dal loro posto parlavano con le altre segretamente.

Ed al visitatore che accosta ansioso l’orecchio al muro, Abramo, mentre il presago cane fa capriole pe l’allegria, ripete la sua frase preferita se non esattamente storica: I suldati, dicevano accussì: Signurì, dateme nu cafè!.