ANNUNZI, PRESAGI DI MORTE E FUNERALI

LE TRADIZIONI POPOLARI DI LUCERA: ANNUNZI, PRESAGI DI MORTE E FUNERALI

tratto dal libro “LE TRADIZIONI POPOLARI DI LUCERA” di Giuseppina Bellucci 

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TRADIZIONI POPOLARI  

 

Quando vi è un malato in casa si tengono le finestre chiuse e il portone  socchiuso; esistono molte superstizioni riguardo agli avvisi che dà la sorte    sulla morte che si avvicina.

La disgrazia è vicina se:

-si versa l’olio (il vino versato invece indica abbondanza);

-si rompe uno specchio;

-casca il pane;

-si poggia il pane capovolto (bisogna subito baciarlo se si vuole evitare il   peggio);

-qualcuno apre l’ombrello in casa;

-si mette una gruccia per abito sul letto (perché è della forma della croce);

-la notte canta la civetta sul tetto della casa dirimpetto (la civetta invece porta fortuna agli abitanti della   casa sulla quale si è appollaiata);

-si vede un prete la mattina presto;

-un gatto nero attraversa la strada ad un parente del malato;

-si vede una gobbetta di mattino;

-una gallina canta come un gallo;

-a pranzo si mettono coltelli e forchette incrociate;

-un cane abbaia alla luna,

-l’ammalato s’è fatto fare da poco una fotografia;

-davanti alla fotografia qualcuno ha messo inavvertitamente dei fiori;

-si spegne il fuoco;

-il venerdì si è allegri;

-si mette un cappello da uomo sul letto del malato;

-delle persone si fermano ai piedi del letto del malato.

Ma naturalmente vi sono pure molte cose che portano fortuna e lasciano sperare bene.

Liete novelle portano due carabinieri insieme (se sono tre vogliono dire lettera, lettera vuol dire anche la farfallina che gira attorno alla luce); u sgubbate porta fortuna.

Quando il malato sta molto male si attende con ansia la mezzanotte: allora vi sarà ‘a capevutate, cìoè un cambiamento decisivo o in bene o in male.

Quando la morte si avvicina si apre la finestra perché l’anima sia libera di uscire fuori, si tolgono gli anelli al moribondo e i familiari escono dalla camera.

Lavare e vestire il morto è un’impresa molto triste e perciò vi sono delle donne apposta; il morto viene vestito tutto di nero con scarpe di vernice fatte apposta per l’uso; anche le donne vengono vestite di nero e se sono giovanette tutte di bianco come spose.

Il morto viene messo sul letto più bello; nelle famiglie di intellettuali, viene messo nello studio, sulla scrivania, sempre con i piedi rivolti alla porta; si coprono gli specchi con un panno bianco, si mettono le fodere ai divani e alle poltrone vistose, la porta è aperta perché la gente possa entrare a vederlo.

Si mette il lutto davanti alla porta (con férze bianche per le giovanette); ed è tolto subito dopo che il morto viene portato via da casa.

Attorno al letto vengono messi dei ceri nei turcire, cioè candelabri di legno, recentemente sostituiti da candelabri con lampadine elettriche, ed i familiari e gli amici più intimi vegliano tutta la notte.

Non vi sono canti funebri particolari, ma solo una nenia continua e lamentosa.

In alcune famiglie si usa chiamare delle donne della montagna (del vicino sub-Appennino) che cantano le lodi del morto. A volte nei lamenti rimproverano la persona morta di essersene andata via e di aver lasciato la famiglia.

Per le giovanette che dovevano andare a nozze ed avevano pronto ‘a robbe (corredo) la mamma fa mettere nella bara la coperta di seta ed i capi più fini del corredo.

Prima di essere messo nella cassa il morto viene avvolto in un lenzuolo; sotto il capo, al posto del guanciale, si mette un mattone, oppure un sacchetto di carbone in un piccolo guanciale oppure delle foglie di lauro; legata al polso si mette una bottiglietta con dentro scritto il nome del defunto e la data di morte.

Al momento in cui la bara viene sollevata per essere portata giù sul carro funebre, le donne gridano tutte insieme e si strappano i capelli; appena in strada la banda comincia a suonare marce funebri.

Il corteo funebre si avvia lentamente per la città, più si paga e più è numeroso; vi partecipano orfanelle, poveri dell’ospizio, suore, frati, capitolo cattedrale, o mezzo capitolo (a seconda del pagamento).

Generalmente il corteo passa per le vie più importanti della città e qualche volta anche davanti ai luoghi che la persona morta, in vita, usualmente frequentava.

Il corteo funebre è aperto dalla congregazione religiosa, con i confratelli vestiti con camice e cappuccio (cumbrate); ai quattro lati del carro vanno gli amici più cari o quelli rappresentativi della professione del defunto, subito dopo i familiari, dopo le donne, e poi ancora gli uomini.

Dimenticavo di dire che al momento in cui una persona muore la campana della parrocchia annunzia la fine (‘a sperazzione) con tre rintocchi per gli uomini e due rintocchi per le donne.

L’annunzio di morte viene dato d’a cambana grosse della Cattedrale la mattina alle otto (u prime ndinne), sempre con tre rintocchi per gli uomini e due per le donne.

I cortei, ai quali partecipa il capitolo o mezzo capitolo, passando dalla Cattedrale sono annunziati con altri rintocchi funebri di campana.

Il corteo si scioglie alle porte della città, dove i famigliari sono salutati dagli amici e conoscenti, sino al Cimitero vanno solo i più intimi.

Quando muore una persona benestante, la cassa viene portata a spalla dai dipendenti e alle volte dagli amici.

I familiari del defunto restano in casa fino ad un mese, gli uomini che devono lavorare invece solo otto giorni.

Per otto giorni le porte e le finestre di casa restano chiuse, gli specchi coperti e i materassi alzati; gli uomini non si fanno la barba e le donne non si pettinano. Spesso alle giovinette morte si suole tagliare una treccia di capelli e conservarla in un quadro.

Il morto prima di essere chiuso nella bara viene benedetto dal parroco, e prima di raggiungere il Cimitero viene portato nella Chiesa della Congregazione cui apparteneva, per un rito funebre.

Dopo otto giorni si esce per andare alla Messa che si celebra per l’ottava della morte. Davanti alla fotografia si tiene accesa sempre (anche di notte) un lumino ad olio, ora spesso sostituito da una lampadina elettrica votiva.

Dal giorno in cui il familiare è morto non si cucina, anzi non si deve accendere il fuoco; ci pensano i parenti a mandare il consolo (u cunze), cioè il pranzo completo di cui elemento indispensabile è il brodo.

A seconda della parentela più o meno numerosa ed estesa, u cunze, può durare anche diversi giorni. Altra forma di consolo fatta dagli amici è ‘a ciuculate ch’i raffajule, cioè dei savoiardi tipo familiare.

Il lutto per i parenti stretti dura tre anni, per i nonni e gli zii un anno. Una donna a cui sia morto il marito od un figlio diletto può portare il lutto per tutto il resto della vita.

Se il morto non è soddisfatto delle messe che la famiglia gli fa dire, è credenza che appaia in sogno a qualcuno dei parenti e dica quello che vuole con parole sibilline; a volte se ne ricavano numeri per il lotto.

Per otto giorni e più continuano le visite di condoglianze; di solito si fanno nei primissimi giorni, da cui il detto u u murte tanne tanne, da ‘a fegghjande ngape de nanne (le condoglianze vanno portate subito, la visita a chi ha partorito si può fare anche nel corso di un anno).

Generalmente cercano di consolare i familiari con quest’altra frase: Quèste è acque che corre a tutt’i titte (Questa è acqua che corre per tutti i tetti che significa che la morte sta per tutti).

Pure si dice a ciascun familiare: Pe mill‘anne a te (Che tu possa campare mille anni).

Il passaggio del corteo funebre per la città è sempre un avvenimento; tutti corrono a vederlo e per scaramanzia borbottano fra i denti salute a nuje.

Quando qualcuno muore ammazzato o si è suicidato, non riceve la benedizione, i preti non seguono il corteo funebre, non è portato in chiesa ed infine il feretro non entra in Cimitero per la porta principale, detta porta sande, ma per quella laterale.

Dove si è verificata una morte violenta, si mette una croce e si dice che esce lombre.

I familiari occupano la sera stessa la camera dove c’è stato il cadavere, altrimenti per l’impressione non vi entrerebbero più.

La casa dove è morto qualcuno ammazzato è difficile fittarla. Sono rimaste addirittura sfitte per anni (anche di questi tempi) case dove sono avvenute molte disgrazie perché si crede che portino sfortuna.

Ogni casa ha ‘a ureje d’a case, cioè lo spirito di qualcuno che vi è morto in epoca remota, di solito una donna o un fanciullo. Comunemente è uno spirito benefico che protegge la casa, ed appare nelle forme più strane, spessissimo seduto sugli armadi.

Alcuni proverbi relativi all’eredità:

Chi lasse ‘a rrobbe prime che more, si stace dinde essce fore (Chi lascia l’eredità prima che muore, se sta dentro esce fuori).

Vuol dire la stessa cosa il detto: A galline se spènne doppe morte, e ancora: A robbe nn’è de chi s’a face, ma de chi s’a gode (La proprietà non è di chi la possiede, ma dì chi se la gode).

E quest’altro: Quanne se zappe e quanne se pute, ntènghe zijane, ntènghe nepute; quanne è ttimbe de vedegnà zizì da qqà, zizì da llà.

(Quando si zappa e quando si pota non ho parenti, non ho nipoti, quando è tempo della vendemmia, zio di qua, zio di là, cioè tutti mi vogliono).

Il lutto a Lucera si porta ancora molto stretto:

  • quello strettissimo (che è ora usato solo raramente) comporta fazzoletti listati di nero, calze nere, bottoni, orecchini e spille speciali da lutto;
  • l’altro comporta l’abito tutto nero, con il lutto al cappello;
  • il mezzo lutto consiste in cravatta nera, lutto al cappello ed il segno alla giacca.