CAPECIOMME

PERSONAGGIO POPOLANO: CAPECIOMME

dal libro “Chi campa, véde” di Dionisio Morlacco

Disegno di Pasquale Forte

Il nomignolo vorrebbe dire «capogiovane» ossia «giovane di bell’aspetto».

Apparteneva a quella schiera di giovani scapestrati del primo novecento, le cui gesta finirono spesso nella cronaca e nelle aule giudiziarie. Con altri turbolenti coetanei fu anch’egli all’origine di risse e di atti di delinquenza.

Una delle più vive e caratteristiche consuetudini del popolo lucerino era la scampagnata del lunedì in Albis, che si svolgeva al Castello e al bosco delle Perazzelle, sulla via per Troia.

Numerose famiglie, schiere di giovani, comitive di parenti e di amici, in un clima di generale e allegra confusione, abbandonavano sin dal mattino la città.

Sciamando per le strade, prendevano d’assalto la Fortezza svevo-angioina, sui cui spalti si accampavano, per trascorrere all’aperto una giornata diversa, allietata da canti e da balli.

La varietà e l’abbondanza del pranzo sull’erba (‘a tièlla chi patane o furne, i pizze-palumme, ecc.), innaffiato lautamente con fiaschi e bottiglioni di Cacc’e mmitte, finiva quasi sempre per confondere e annebbiare le menti, sicché ogni anno quella festa popolare al Castello e alle Perazzelle era turbata da qualche scontro violento.

Dopo aver mangiato e bevuto, Capeciomme ed altri amici, «fra cui non era buon sangue per gelosia di donne, cominciarono ad altercarsi. Nacque una rissa, una colluttazione generale, dalla quale i fratelli Gesualdo e Tredanari uscirono feriti qual più qual meno gravemente, al capo e al volto».

Qualche anno dopo Capeciomme fu costretto alla latitanza, perché in un diverbio con tal Paolo Di Mase, ammizze San Gajtane, dopo uno scambio di vivaci parole, gli vibrò due coltellate alla schiena, producendogli gravi ferite.

Nel 1906, insieme col pregiudicato Zaccagnille, presso la Chiesa del Salvatore, Capeciomme minacciò di uccisione un noto fornaio, se non avesse dato loro cinque lire. Il fornaio che non aveva soldi addosso, promise che avrebbe consegnato quel danaro, se lo accompagnava in città, dal primo panettiere, dal quale avrebbe ritirato la somma richiesta.

«Così avvenne e arrivarono dal panettiere Siani (Biasille), al quale il fornaio raccontò tutto, mentre i due aspettavano fuori. Uscì il Siani per chiedere perché mai tale pretesa, ma i due risposero che non era affatto vero: avevano pranzato insieme col fornaio e questi si era rifiutato di pagare la sua porzione.

Sopraggiunta la madre e il suocero del fornaio dichiararono di voler pagare, se le cose stavano così. Ma i due pregiudicati misero mano ai coltelli minacciando i nuovi arrivati. Poi, per il sopraggiungere di altra gente, i due malviventi se la svignarono. Il fatto fu riferito alla P. S.. Il delegato De Martino, dopo gli interrogatori, arrestò i due».