CECCIUVILLE

PERSONAGGIO POPOLANO: CECCIUVILLE

dal libro “Chi campa, véde” di Dionisio Morlacco

Disegno di Pasquale Forte

Il nomignolo, quasi una fusione di suoni onomatopeici, era di un tal Filippo Folliero, che abitava nel cortile del palazzo Caso, in Via S. Domenico, dove esisteva un pozzo, usato dalle famiglie dello stesso cortile.

Prima dell’Acquedotto Pugliese l’approvvigionamento idrico della città avveniva dalle cisterne e dai pozzi delle case, delle piazze e delle corti degli antichi numerosi palazzi lucerini, cui si attingeva per i diversi bisogni.

Per avere dell’acqua più dolce bisognava acquistarne dagli acquaioli che giravano per le strade coi loro carri-botte (i carrate), tirati da muli, vendendo l’acqua dei pozzi delle campagne a due soldi il barile di 15 litri.

Fiorente era anche l’industria del “fresco”: nei bar, nei negozi e negli spacci si vendevano neve, ghiaccio e bibite fresche, molto richiesti durante la lunga e calda stagione.

Si vendeva acqua col succo di limone, con orzata, con granatina, con anice, e queste erano le bibite di allora.

Impegnato in questa attività era Cecciuville, gestore di uno spaccio in Piazza Umberto I, frequentato soprattutto da avventori che consumavano gassose e granite (grattamarianne).

Oltre che per il suo mestiere Cecciuville divenne noto per qualche episodio di violenza, per il quale fece parlare di sè.

Una domenica del 1898, ad esempio, verso le 9,30 di sera, Giovanni Sciarrillo venne a diverbio con Giuseppe Folliero, figlio di Cecciuville, perché questi voleva impedirgli di attingere acqua dal pozzo.

Lo Sciarrillo corse ad armarsi di bastone e colpì alla testa il giovane Cecciuville, alle cui grida accorse il padre, in camicia, armato di un rasoio, col quale prese a ferire al volto l’avversario, mentre il figliolo lo conciava col coltello.

I Cecciuville furono subito arrestati e lo Sciarrillo fu dichiarato guaribile in 20 giorni, con pericolo di sfregio permanente sul viso.

Alcuni anni dopo il giovane Cecciuville tornò ancora nella cronaca per una vicenda amorosa che lo vide protagonista.

Col suo fisico prestante («un omone, uno spaventapasseri pel suo abito bisunto e sdrucito»), girava i paesi per vendere la sua merce, annunciandosi e facendosi riconoscere col suo forte e inconfondibile grido di montanaro.

A chi gli chiedeva della qualità dei suoi prodotti, «Spacch’e magne» rispondeva e quest’espressione finì per essere il suo secondo nome, col quale acquistò una larga notorietà.

Insieme alla moglie, una donna di puro sangue saraceno, sapeva preparare delle ottime fave «cotte sale e pepe» (i fafe arracciate), a conforto dei palati plebei, i quali le sposavano con «un bicchiere di fatticcio ribollito» (fattizze rebullite), sollecitato dall’ardore del pepe.

I fafe arracciate, accompagnate col vino, caratterizzavano anche la festività di S. Pasquale: per antica consuetudine, infatti, la sera del 17 maggio i lucerini si portavano al Salvatore illuminato, per lo «struscio» e per ascoltare la musica, mangiando fave lesse e bevendo ribollito o cacc’e mmitte.

«Per oltre cinquant’anni in tutte le sagre di Lucera e dei paesi vicini, la voce limpida, forte, intonatissima e sonora di Spacch’e magne squillò l’invito ‘Vine, vì!‘ lanciando tre, quattro, cinque ‘do di petto’ in fila, che facevano tremare l’aria».

All’età di 86 anni, nel 1913, il vecchio e stanco Spacch’e magne si spense, non senza aver prima assicurato alla discendenza l’eredità della sua fama e del suo nome: «Povero Spacch’e magne! Aveva avuto dalla natura tutte le facoltà e le doti del grande tenore, ed è vissuto vendendo castagne e fave cotte, ed è morto nell’Ospizio di S. Giuseppe».