DONNA VEJULANDE

PERSONAGGIO POPOLANO: DONNA VEJULANDE

dal libro “Chi campa, véde” di Dionisio Morlacco

Achille Severino, di Ruvo di Puglia, cancelliere del glorioso Tribunale lucerino, aveva tre figli: Alfredo, medico molto apprezzato; Assuero, rinomato civilista, avventuriero, che finì i suoi giorni in carcere, per il fallimento della società tessile di cui era procuratore (tra le labbra aveva sempre una sigaretta e, consapevole dei suoi intrighi commerciali, soleva dire «Io vivo sul filo del rasoio», cioè della legge) e Iolanda, donna un po’ svagata e stravagante, cresciuta tra l’affetto e le indulgenze dei genitori.

Sposatasi con un facoltoso viestano, pochi giorni dopo il matrimonio, abbandonò il marito e, coerente col suo carattere strambo, fece ritorno a Lucera, a vivere coi genitori.

Alla morte di questi cominciò la sua difficile esistenza, misera e senza più decoro, a carico del fratello medico, il quale dovette soccorrerla continuamente nelle sue necessità e nelle sue molte inadempienze, per le quali Donna Vejulande fu costretta a vendere i pregiati mobili (in noce massiccio e lavorati a mano) che erano stati dei genitori.

Oltre che per le sue vicende e per il suo carattere, Donna Vejulande divenne popolare per il suo estroso modo di vestire, col cappellino sempre in testa.

Abitava nel Vico Granata (sope a cuppetèlle), in un modesto vecchio appartamento, dove, senza dignità e come una nobile decaduta, consumò i suoi giorni grigi.

Tutti la evitavano, e non mancava chi la deridesse.

I monelli nel vederla passare la insultavano, gridandole dietro: «Donna Vejulande ca trippa storte!».

La greve solitudine che la circondava (negli ultimi anni prese a uscire sempre meno) e il senso di terrore che i ragazzi provavano a passare per il suo vicoletto, quasi sempre deserto e tenebroso di sera, rendevano più fitto il velo di mistero che avvolgeva la sua figura.

A volte, fattisi arditi, i ragazzi si spingevano, nelle ore più silenziose del giorno, a spiare la sua casa nel Vico Granata, semmai riuscisse loro di intravedere al di là dei vetri, da uno spiraglio delle polverose tendine, il profilo del suo volto avvizzito, senza l’inseparabile cappellino vecchio e scolorito.

Le donne che sussurravano il suo nome e le mamme che lo pronunziavano per spaventare e rabbonire i propri piccoli, nei momenti di pianto e di capriccio («A vì, a vì, mo véne Donna Vejulande!»), contribuivano alla trasfigurazione della sua immagine nella fantasia dei figlioli ai quali essa appariva come una vecchia megera.

Ma poi i ragazzi crebbero e lei invecchiò. Dimenticata da tutti, scomparve, come la fine di un incubo, o come un sogno, una leggenda.