” ‘A FÈSTE D’AUSTE” E LE ALTRE FESTE FINO A NATALE

LE TRADIZIONI POPOLARI DI LUCERA: ” ‘A FÈSTE D’AUSTE” E LE ALTRE FESTE FINO A NATALE

tratto dal libro “LE TRADIZIONI POPOLARI DI LUCERA” di Giuseppina Bellucci 

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TRADIZIONI POPOLARI

 

Il 14, 15 e 16 Agosto vi è un gran movimento a Lucera: viene celebrata la festa di Santa Maria Patrona, con gran pompa e con la partecipazione di tutto il popolo.

Chi è fuori, torna a Lucera ed anche donne vecchissime, che non escono per tutto il resto dell’anno, vengono in strada con i loro antichi vestiti (alcune riindossano l’abito delle nozze) a ffà u strussce.

‘A fèste d’Auste non trae origini, come il ferragosto in genere, dalle feriae Augusti (riposo di Augusto: indicante una festività istituita dall’imperatore Augusto), ma da un avvenimento particolare della nostra città (Origini del Ferragosto lucerino di G.B. Gifuni)

Il 15 agosto del 1300 fu iniziata da Carlo II d’Angiò la distruzione dei saraceni che erano in Lucera; tale distruzione terminò il 25 dello stesso mese, il giorno di S. Bartolomeo, a cui poi venne dedicata una Chiesa che è ora quella del convitto.

Il segnale della distruzione fu dato da una solenne processione, che è la stessa che, da quel giorno, puntualmente si ripete ogni anno.

Anche durante i tristi anni dell ‘ultima guerra, i lucerini non hanno rinunziato alla loro festa.

Fino al 1600 la processione era preceduta da un alfiere che portava, appeso ad una lunga asta, uno stendardo ora perduto. Tale stendardo era stato donato alla Cattedrale di Lucera da Carlo II in occasione di una sua visita nel 1304.

Nel 1700 alla processione partecipavano anche le autorità civili e dei lucerini facevano una rappresentazione di battaglia, in memoria degli avvenimenti del 1300; erano allora in uso a Lucera tornei, caroselli, e balli.

Il 3 maggio del 1731 il parlamento di Lucera assegnava ben 60 some (pari a 600 moggi) di terreno della migliore qualità, per mantenere il culto verso la Sacra Immagine e celebrare solennemente, in perpetuo, la gioia della stessa Santa Maria, nostra patrona e raccomandava anche di far novene, processione con statue dei santi protettori, celebrare messe, musiche, panegirici, spari, fuochi artificiali.

Anche ora la festa è preceduta da una novena solenne nella Cattedrale, appositamente addobbata.

La mattina del 14 veniva tolta dall’altare la statua della Vergine e veniva vestita sontuosamente con ricchi abiti rossi ricamati di oro ed un manto bianco pure ricamato d’oro.

Alla Madonna si sostituiva al fiore d’argento che ha sempre in mano quello d’oro insieme alla corona d’oro a tre balze e anche le chiavi d’oro della città.

La vestizione della Madonna veniva fatta in modo molto privato dalle signore appartenenti alle famiglie più nobili e sei ragazze reggevano il manto.

Tale funzione si faceva a porte chiuse dopo mezzogiorno.

In seguito a restauri alla statua lignea, si scoprì che il colore scuro del viso e delle mani era sovrapposto, per cui si è ridato alla Madonna il colore originale che è olivastro.

Ora per la festa le viene cambiato solo il manto e le si lascia la corona solita che si dice sia sul modello di quella regalata da Carlo d’Angiò.

Poi le si mettono alla cintura le chiavi d’oro che simboleggiano il suo dominio sulla città donate anche queste da re Carlo.

La processione del 14 si fa all’imbrunire; ad essa partecipano oltre a tutto il popolo, le autorità civili e quelle ecclesiastiche. Non fa il giro della città, ma della sola piazza Duomo.

La Madonna è preceduta dal canopeo e dal tintinnabulum, che sono gli attributi di Basilica Minore, concessi a Lucera, con la Bolla papale di Gregorio XVI dell’8 Agosto 1834.

Il 15 si svolge la festa solenne in Chiesa col Pontificale ed il 16 si ripete la processione, che questa volta fa il giro della città.

Fino a qualche anno fa si costumava portare in Cattedrale i santi delle diverse chiese della città, disposti lungo le navate a far corona alla Madonna che era posta sul trono ed aveva ai lati gli Arcangeli Michele e Gabriele.

Nella processione i Santi precedevano la Madonna, gli ultimi S. Giuseppe e S. Anna con gli Arcangeli.

Ogni statua alla base veniva arricchita con foglie ornamentali, ed in particolare S. Gaetano (patrone d’a pruvvedènze) con grappoli d’uva e S. Anna con foglie di profumato basilico.

Nella processione, oltre alle associazioni, sfilano le varie congregazioni con indumenti di vario colore (bianco e rosso) e le relative insegne e tutto il capitolo con tutti i sacerdoti e frati di Lucera.

La processione arriva fino alle varie porte della città ove la Madonna si ferma per benedire la campagna.

Attraversando le strade, specie nei rioni popolari, in particolar modo le donne si commuovono, piangono ed invocano grazie chiamando la Madonna con frasi confidenziali fra cui primeggia Pupa néreve.

Alle varie porte della città e quando la processione si ritira si sparano mortaretti e batterie. Naturalmente non mancano le bande che si fanno venire per l’occasione.

A i mulunare tocca l’onore di portare la statua della Madonna. E ciò per tradizione.

Vi sono luminarie per le vie principali della città, gare sportive, le solite le solite bancarelle con nocelle e copeta e gelati: spumoni, cassate e u stracchine che è il gelato di rito, di forma rotonda e di consistenza dura.

Di sera ferve u strussce cioè la passeggiata tra il Corso e la piazza del Duomo, mentre suonano le bande.

Allo struscio partecipa tutto il popolo e si vedono donne che indossano l’antico abito della festa nuziale: nero, lucido, lungo fino ai piedi, con una collana di rossi coralli, una mantelletta colorata ed un grosso ventaglio, anche gli uomini sfoggiano il loro vestito più bello.

La festa dopo la mezzanotte del 16 finisce con i fuochi d’artificio e l’ultimo colpo di mortaretto, che è il più forte, chiede il responso ai lucerini i quali applaudono o fischiano a seconda che i fuochi siano riusciti graditi o meno, ed in coro dicono tutti “pagate” per dire che bisogna saldare i conti.

Il pranzo di rito del 15 agosto è u gallucce e quello del 16 agosto sono i checozze longhe.

Dopo la festa del ferragosto, dal 28 al 30 vi è la rituale fiera del bestiame e poi un lungo periodo di lavoro; c’è la vendemmia, la preparazione del vino, la raccolta delle olive.

Non si parlerà più di dolci fino al giorno dei Morti, il 2 Novembre, quando nelle famiglie si preparano i ciccecutte cioè il grano cotto e condito con mosto cotto, noci, chicchi di melagrana e cioccolato, e poi di nascosto i dolci che le mamme metteranno nella calza dei bambini.

A S. Martino qualche spiritoso, seguito da un codazzo di monelli, va in giro portando infisso su un’ asta un paio di coma e si ferma davanti alle case sospette.

Alla vigilia dell’Immacolata, già col ritorno dei ciaramellari si accendono i fuochi (i fanoje) per le piazze le quali preannunziano quelle della vigilia della festa più grande: Natale.