MATRIMONIO

LE TRADIZIONI POPOLARI DI LUCERA: MATRIMONIO

Tratto dal libro “LE TRADIZIONI POPOLARI DI LUCERA” di Giuseppina Bellucci 

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TRADIZIONI POPOLARI 

 

I preparativi del matrimonio incominciano molti mesi prima.

Le nozze vengono annunziate con grande anticipo, perché non si dica, da parte delle male lingue, che sono affrettate per qualche ragione, come una fuga dei fidanzati. Per la stessa ragione si deve sposare a Lucera e mai nei vicini Santuari.

La ragazza prima di sposare deve girare tutte le case dei parenti accompagnata dalla mamma e dal fidanzato per salutarli ed invitarli personalmente alla festa.

Ci si sposa di solito in primavera e in autunno mai a maggio, novembre e in quaresima.

La comare ed il compare vengono scelti fra comuni amici o fra parenti più cari o tra persone più rappresentative.

La casa degli sposi è pronta già da una buona settimana prima ed il letto si prepara alla vigilia delle nozze da parte di donne specializzate.

Presenziano a questa funzione quasi sacra, la mamma della ragazza, la suocera, la commara ed anche amiche e parenti.

Ed ora siamo giunti al giorno del matrimonio.

Però qualche giorno prima, che non sia di martedì o venerdì, dalla casa dalla casa della sarta partono delle ragazze che reggono un cesto piano (‘a spase) su cui è disposto l’abito della sposa col velo nuziale e lo portano a casa della sposa facendo mostra per le vie che attraversano della veste nuziale.

Il corredo è bello e pronto, la biancheria nd’a cassce (nella sua cassa), detta sotte u litte perché li viene messa, che fa parte essa pure del corredo, il resto fuori.

Il corredo vero e proprio sappiamo bene di che cosa è composto, il resto è u vrascire c’a palètte (il braciere, con paletta) e i cambane de rame (le belle campane di rame tutte lavorate); poi gli utensili da cucina (prima si facevano di rame tanto che si chiamava ‘a rame) ed ‘na scope (una scopa).

Pochi anni fa un matrimonio andò in fumo all’ultimo momento perché la sposa non aveva portato la scopa.

La ragazza deva portare ‘a camere da lètte (il mobilio della camera da letto), il marito tutto il resto, compreso l’abito bianco della sposa, l’abito nero, il cappotto, e provvedere alla spesa della festa nuziale.

Il corredo viene prima esposto a casa della sposa e tutti possono entrare e vederlo, anche estranei; poi viene trasportato in gran pompa alla casa dei futuri sposi.

Nella casa della sposa oltre l’esposizione del corredo si fa anche l’esposizione dei doni ricevuti.

La suocera controlla che sia tutto a posto.

Il matrimonio lucerino non ha più niente di folkloristico in quanto a costumi, solo una nota fastosissima coloristica è data dalla carrozza delle ragazze non sposate (i fegghjole zite).

È l’ultima carrozza del corteo, ma è quella sulla quale si appuntano gli sguardi di tutti i giovinotti.

È addirittura traboccante di belle fanciulle vestite dei più vivaci colori.

Oggi le carrozze sono quasi completamente sostituite dalle automobili che, quando il tempo consente, sono scoperte.

Il matrimonio di solito si celebra di sabato o giovedì, e mai il venerdì o il martedì, secondo quello che dice il vecchio proverbio (Nné de Vènere, nné de Marte, nen ze spose, nen ze parte, nen ze dà prengipeje a l’arte) al quale i lucerini hanno voluto fare una aggiunta: Nné de Vènere, nné de Marte, nen ze spose, nen ze parte, nen ze mètte u file a l’aghe, nen ze mètte a pettenèsse ngape.

Spesso in chiesa si va a piedi ed il corteo è così composto: all’andata la sposa va sotto braccio al compare, lo sposo alla comare, poi tutti gli invitati; i genitori aspettano a casa.

Al ritorno gli sposi vanno a braccetto, poi viene la coppia del compare e della commara ed infine tutti gli invitati.

Debbono presenziare al matrimonio oltre al compare e alla comara che regalano le fedi, quattro testimoni, due per la sposa e due per lo sposo; nella Chiesa lo sposo sta a destra e la sposa a sinistra.

Tornati a casa incomincia la lunghissima festa che durerà fino a notte inoltrata.

Gli sposi stanno seduti al centro della sala su due poltrone tutte infiorate e ricevono gli auguri di tutti; gli uomini stanno seduti tutti da una parte e le donne dall’altra e mangiano gelati, dolci, liquori che camerieri offrono a portate.

La sposa taglia la torta che viene distribuita dagli invitati, si toglie il velo per fare un balletto con lo sposo, poi subito se lo rimette per distribuire i confetti agli invitati che li aspettano con un fazzoletto sulle ginocchia, dove mettono anche i dolci che non hanno mangiato.

Dopo che la sposa ha distribuito i confetti, la commara le toglie il velo e lo consegna alla madre dello sposo.

Indi gli estranei vanno via e restano gli intimi per il pranzo.

La sposa va a togliersi l’abito bianco ed indossa una vestaglia rosa o celeste.

Dimenticavo di dire che la sposa tiene sempre gli occhi bassi ed è tutta vergognosa, al momento del matrimonio ha versato calde lacrime di commozione.

La commara le sta sempre vicino e fa le funzioni della mamma.

Il pranzo è lunghissimo, a volte dura sino alle sei e alle sette di sera ed è composto da antipasti, timballi, carne di varie qualità, vini, dolci, liquori e frutta secca.

Gli sposini devono mangiare una cosa insieme: n’ove ngallate (un uovo fecondato) e l’augurio è evidente.

Dopo il pranzo la sposa si riveste ma senza il velo e gli invitati tornano, si balla, si mangia e soprattutto si prendono in giro i poveri sposi.

Però non vi sono nè canti né strumenti musicali caratteristici.

Solo i giovanotti cantano ridendo sotto i baffi: Quanne vide u litte tise, a te lu chiande e mme la rise. (Quando vedi il letto preparato, tu piangi ma io rido).

La commara e il compare sono festeggiatissimi, a loro si manda anche a casa la solita guantiera col liquore.

Finalmente la festa è finita e tutti vanno via; resta la commara che, come ho già detto, fa presso la sposa le veci della mamma.

La ragazza, dopo aver salutato fra le lacrime i genitori e i parenti, si avvia verso la casa nuziale accompagnata dalla commara: lì si siede vicino al letto nella bella camera che è stata benedetta il giorno prima, in vestaglia ad aspettare lo sposo.

Il giorno dopo si recheranno a trovare gli sposi la commara e le due amiche e porteranno loro da mangiare, visto che gli sposi non possono uscire prima di otto giorni.

Quelli che abitano a pian terreno (bassi) tengono le tendine abbassate.

Ora parecchi fanno il viaggio di nozze e tornano di solito dopo otto giorni.

La prima visita è della commara, la fanciulla divenuta signora si veste ora in tutt’altro modo, ha le vesti più lunghe, scure e le signore di condizioni più elevate portano il cappello.

Dopo la commara gli sposi debbono andare a far visita a tutti quelli che sono intervenuti al loro matrimonio.

Tutte queste feste non si fanno per la sposa costretta a sposare in fretta perche scappata con il fidanzato.

Ella non può vestire l’abito bianco e sposa all’altare di S.Anna e non a quello della Vergine.

Se i genitori di uno dei due sposi sono morti, si va al cimitero il giorno prima del matrimonio in atto di reverenza e di preghiera.

Quando si sposano due persone di età differente, i giovinastri si divertono a far serenate, per prendere in giro il vecchio gallo che ha voluto la gallina tenerella o viceversa.

Alcuni proverbi riguardanti la donna e il matrimonio:

U mare fà u sale e ‘a fèmmene u male (Il mare fa il sale e la donna il male)

Quanne e fèmmene e fèmmene, me tenghe a mamme (Quando si tratta di donna resto con mia madre)

Mugghiera sanda fà l’ome remite (La moglie santa fa l’uomo eremita)

Marite bbona crejanze, mugghiera sanda pacienze (Il marito deve essere educato, la moglie deve avere santa pazienza)

L’ome dove va so’ juche e feste, povera fèmmene scunsulata reste (L’uomo dove va si diverte, la povera donna resta sola in casa)

Chi si sposa pù prurite, stenta e pene tutt’a vite (Colui che si sposa per prurito, stenta e pena tutta la vita)

S’i corne fossere frasche tutt’u munne sarrije nu vosche (Se le corna fossero frasche tutto il mondo sarebbe un bosco)

Casa strette fèmmene ngegnose spinge ca trase (Casa stretta donna ingegnosa; spingi che c’entra)

Prim’anne spusate o malate o carcerate (Nel primo anno di matrimonio o lllaiato o carcerato)

 

Ed ora un po’ di folklore giuridico riguardo a quello che succede della dote e del corredo quando la donna muore.

Quando muore la sposa pochi giorni dopo le nozze, ritorna tutto alla famiglia di lei, e la dote, e corredo, e regali avuti per le nozze.

Se invece la sposa muore dopo un certo tempo può anche rimanere tutto al marito; infine, quando ci sono figli, va tutto a loro.

Quando due fidanzati si lasciano, se ciò avviene per colpa della ragazza, queste deve restituire tutti i regali al fidanzato ed ai suoceri, se invece è per colpa di lui, non si restituisce niente.

Ma a volte la fanciulla, nonostante che sia lei stessa la causa del dissidio, non vuole restituire i doni.

Allora pianti e proteste e minacce ed anche in questo caso non manca la canzone:

Damme ‘a robba mije,

falle pe Ddije,

damme u braccialètte

che t’agghje date,

damme tutte quille che t’agghje arrijalate,

se no te fazze chiamà da u delegate.

(Dammi la roba mia, fallo per Dio, dammi il braccialetto che ti ho dato, dammi tutto quello che ti ho regalato, se no ti faccio chiamare dal Delegato di P.S.).