NATALE – CAPODANNO – EPIFANIA- CARNEVALE – QUARESIMA

LE TRADIZIONI POPOLARI DI LUCERA: NATALE – CAPODANNO – EPIFANIA- CARNEVALE – QUARESIMA

tratto dal libro “LE TRADIZIONI POPOLARI DI LUCERA” di Giuseppina Bellucci 

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TRADIZIONI POPOLARI

 

Incomincio la descrizione delle feste lucerine da Natale. Questa festa si va cambiando anno per anno; nelle case non c’è più il bel camino nel quale si faceva bruciare il ceppo tradizionale, ed il presepe dai bei pupi di terracotta va cedendo il posto all’albero di Natale, di importazione straniera.

Anche la natura concorre a questi mutamenti, perché sono tanti anni che a natale non nevica più, e nessuno è contento di ciò, perché i vecchi ci hanno tramandato che Natale c’u sole, Pasque c’u ceppone.

Ad ogni modo la gioia per la festa è in tutti i cuori ed in tutte le famiglie lucerine, perché a Natale tutti i figli che stanno lontano da Lucera, tornano a casa.

Giorno di gran festa è la Vigilia, quando in ogni strada, dopo l’Ave Maria, brucia ‘na bbèlla fanoje (falò). Mentre ‘a fanoje brucia, tutti sono per le strade e si riscaldano e cercano di farla durare il più a lungo possibile, aggiungendovi altra legna.

I bambini vanno nelle strade vicine a vedere com’è l’ata fanoje e tornano a raccontarlo alla mamma.

Intanto la bella fiammata si va spegnendo, la legna è quasi finita e tutte le mamme corrono a casa, cercano la paletta più grande e prendono dal falò ‘a devezzione d’u fuche, cioè la devozione del fuoco, l’ultimo pezzo di legno ancora acceso, che metteranno nel loro braciere per accendere il fuoco in casa. Ma guai se alla paletta si attacca un po’ di cenere: le feste non saranno liete per la famigliola.

Tornata la quiete per le strade, la festa si trasferisce in casa, dove si fa il gran cenone della notte di Natale, tutto di magro: prima si mangiano le linguine all’olio con le sarde, poi l’anguilla o il capitone e, nelle famiglie più povere il baccalà; poi si attacca con la frutta secca ed i dolci che dureranno fino alla mezzanotte, mentre si gioca a tombola.

In ogni famiglia lucerina non manca una bella tombola antica che si mette fuori solo alle feste, insieme al sacchetto delle cicerchie che servono a segnare i punti.

Pochi minuti prima della mezzanotte, quando incomincia a suonare l’argentina, la bella campana dallo squillo festoso, si lascia il calduccio della casa per andare a Messa.

I ragazzi intanto aspettano e pendune, cioè agli angoli delle vie, con tricche-tracche e pissciavunnèlle che fanno scoppiare tra le gambe delle ragazze.

Grande è in quei momenti l’animazione nelle vie lucerine; tra pochi minuti vi sarà silenzio, perché tutti staranno nella bella Cattedrale ad aspettare la nascita del Redentore.

Dopo la funzione religiosa, si fa la processione nella Chiesa.

Tanti anni fa venivano i pastori vestiti di pelle d’agnello, che seguivano il Bambino e portavano il baldacchino e u mbrellone. Ora non vengono più.

La processione però è talmente bella e commovente. Il Bambino passa tra la gente e tutti gli baciano il piedino, ormai consumato.

Finita la Messa in Cattedrale, i giovani corrono nelle altre chiese che celebrano la Messa una alla volta, dopo la Cattedrale, e cosi fino al mattino; gli altri stanno in casa ad aspettarli giocando a tombola, mentre i calecasse, cioè le calcasse, esplodono per tutta la città.

In alcune chiese lucerine si fa il Presepe, davanti al quale i ciaramellari suonavano la pastorale.

Il giorno dopo essi erano invitati in tutte le case, dalle più ricche che li compensavano in denaro, alle più povere dove non mancava per loro un bicchiere di vino ed un po’ di dolci; naturalmente i nostri dolci, quelli che ogni donna prepara in casa: prima di tutto le caratteristiche crustole fatte di farina e mosto cotto, poi i pèttele, di farina e miele bianco; a proposito di esse c’è un detto: I pèttele che nze fanne a Nnatale, nze fanne manghe a Ccapedanne (Se una cosa non si fa al tempo giusto, non si fa più).

Ed ancora:cavuzuncille“. “munacille“. “pupurate“, “susanille“, “ménele atterrate“, “cruccande“.

Tutti dolci fatti con prodotti della campagna lucerina: farina, uva (da cui il mosto cotto ed il vino) olio e mandorle.

Natale è giorno di riposo, dopo la baldoria della Veglia; chi fatica sono i poveri preti che debbono dire tre messe per ciascuno e le povere donne che debbono preparare il pranzo natalizio: il minestrone di finocchietti ed altre verdure e il bel tacchino cotto in vari modi.

Alla sera si riprende a giocare a tombola, sgranocchiando ancora dolci e i scavedatille cioè i taralli che non mancano in nessuna festa, tanto è vero che per dire che si fa una cosa banale, usuale, si dice: è ssciute a ttaralluzze e vvine?

Il giorno di S. Stefano finalmente si mangia la pasta asciutta: un bel piatto di trocchioli fatti con la chitarra o col matterello rigato detto trucchjele.

La tombola ed i dolci continuano fino alla notte di S. Silvestro, quando in ogni casa si balla e si fa un gran cenone, fatto di pietanze nuove, cioè mai mangiate.

Su questo punto però i lucerini non sono d’accordo; alcuni dicono che non cose nuove bisogna mangiare, ma nove (9) cose, perché il dialetto nove vuol dire tanto nuove che nove (9).

La funzione in chiesa di chiusura dell’anno vecchio e di ringraziamento si fa all’Ave Maria.

Il giorno dopo, a Capodanno, si cerca di mangiare cibi che portino fortuna e quattrini, come lenticchie, uva, mandorle, etc …

Tutto ha un significato in quel giorno: se si incontra per primo un maschio è buona fortuna, così pure vedere un carabiniere; se si vede una donna od un prete, è cattiva sorte; indossare un vestito nuovo, cantare, aver buone notizie, è tutto indice di felicità per l’anno che incomincia.

Il primo giorno dell’anno non si lavora. Alla vigilia dell ‘Epifania si aggiungono al Presepe i Re Magi e i ciaramellari tornano in ogni casa a suonare.

L’arrivo dei Magi è annunziato dal suonare a distesa delle campane: a mezzogiorno per il primo; all’Ave Maria per il secondo; a mattutino dell’Epifania, il Bimbo viene rimosso dall’altare, e si ripete la processione ed il bacio dei” piedino. Solo in questi ultimi tempi si va introducendo a Lucera l’uso della Befana ai bambini.

A S. Biagio si fanno dei tarallini piccolissimi, come un anello, che vengono benedetti e si conservano in tutte le case, perché fanno passare il mal di gola. Si fanno pure delle panette piccolissime senza sale.

A S. Antonio Abate si benedicono le bestie sul piazzale davanti alla Chiesa e si estrae a sorte un maialino. A chi entra nella chiesa viene regalato un calendario con le figure del Santo e la bestia.

Ormai siamo in carnevale: già Sandandune, masckuere e ssune.

Dappertutto c’è baldoria e festa e scherzi: A Ccarnuuale, chi se ncagne è n’anemale (Chi si offende è un animale).

Giovedì e domenica passano per le piazze e le strade principali comitive di giovani mascherati; le maschere più comuni sono a pacchjanèlle, ‘a pacchjane, ‘a spose e u spose’, gli sposi, di solito due uomini, ‘Pulecenèlle’ e moltissime altre, tutte figure della vita di ogni giorno.

Questi cortei mascherati vanno in giro per le case degli amici, dove vengono offerti loro dolci e vino. Non vi sono costumi: ognuno si aggiusta come può. Solo negli ultimi giorni vi sono mascherate più fastose con cavalcate, spari di tricche-tracche.

Il ciuccio, l’asino, è il personaggio principale di ogni mascherata e la vittima di carnevale è il maiale, che si mangia in tutti i modi, cotto e crudo, come pietanza e come dolce: trocchioli e lasagne col ragù di maiale, carne di maiale, salumi di ogni genere, sangue fritto di maiale, ed infine il buon sanguinaccio, fatto di sangue di maiale, cioccolata, zucchero e frutta secca. Questo il pranzo di carnevale.

L’ultimo giorno, il carnevale impazza per le strade e nelle case, le vie sono piene di coriandoli ed ognuna di esse ha il suo carnevale moribondo su di un catafalco.

Carnevale è un grosso pupazzo di stracci che rappresenta un uomo grasso, la moglie ancora non si vede: comparirà in quaresima vestita a lutto.

Giovani, vecchi e bambini piangono e si lamentano attorno a Carnevale che sta per morire; a volte lo portano in giro per la città, a volte sta fermo al suo posto e tutti vanno a vederlo e cantano per lui la canzone d’u ciucce:

“Quanne se more mugghiereme

me magne lu presutte,

mò che se more lu ciucce

me mètte ‘a fassce a lutte.

 

Ciucce mije, pregghiacchille de stu core

cume te pozze scurdà”

(Quando muore mia moglie / mangio il prosciutto / ed ora che muore l’asino / mi metto la fascia a lutto).

Asino mio, diletto del mio cuore / chi ti potrà mai scordare).

A mano a mano che si avvicina mezzanotte, le urla e i gemiti aumentano, poi, di colpo, quando la campana comincia a suonare a larghi tocchi, si dà fuoco a carnevale e si canta tutti insieme per l’ultima volta: Ciucce mije, pregghiacchille de stu core cume te pozze scurdà.

Questo canto è cantato da qualche tempo dagli universitari nelle feste della Matricola.

Poi è dappertutto silenzio.

Morto Carnevale, il giorno dopo troviamo, soprattutto nei vicoli, la sua vedova appesa con un filo tra due balconi ‘a quarandane.

È una pupa di pezza tutta vestita di nero con un fuso in mano ed al posto delle gambe ha un mandarino o un’arancia dove sono infisse sette penne, sei nere (le sei settimane della Quaresima) ed una bianca. Ogni settimana gliene toglieranno una.

Ma la gioia e l’eccitazione di carnevale non può finire ad un tratto, ed ecco ‘a fèste d’a pegnate la prima domenica di Quaresima; la pignatta è grande, bella, piena di dolci nelle case signorili, piena di frutta secca nelle case povere. Vi si mette pure del vino cotto e viene riscaldata così dà un forte profumo.

La festa però è ugualmente bella in tutte le famiglie e vi partecipano grandi e piccoli; si svolge nel pomeriggio: si fa il tocco e chi esce dovrà romperla, ma non è un’impresa facile.

Il rompitore sarà bendato e fatto girare tre volte attorno a se stesso per fargli perdere l’orientamento; egli, armato di una gran mazza di scopa, dovrà prima cercare la pignatta e poi colpirla immediatamente, altrimenti mani più svelte gliela allontaneranno. Se il prescelto non riesce a romperla dopo un certo tempo, si rifarà il tocco e così finché uno più lesto di tutti ce la farà.

Ma grande delusione: la pignatta è piena di carboni e cenere e quella vera bisogna cercarla per la casa. A volte lo scherzo è più feroce. La pignatta viene appesa al soffitto e lì dovrà essere rotta. Ma povero rompitore, invece che dolci e frutta, gli piovono addosso acqua sporca, carboni e cenere.

Anche a S. Giuseppe si interrompe un po’ la Quaresima con un buon pranzo e le buone zeppole (frittelle con crema e amarene).

Ma siamo arrivati all’ultima penna della quarantana, quella bianca che simboleggia la fine della Quaresima. Essa viene strappata la domenica delle Palme mentre i ragazzi accendono i bengala e cantano:

Quarandane musse russce

Vatt’ammucce arret’a porte

ca mò véne Pasquarèlle

e ce porte i recuttèlle.

Quarantana bocca rossa / vatti a nascondere dietro la porta / che ora arriva la Pasqua / e ci porta le ricottine.

Le ricottine sono il prodotto primaverile della pastorizia; Pasqua infatti annunzia il bel tempo che ritorna ed il ritorno alle gioie ed alle feste.