NZÈLEME U NGAPPACANE

PERSONAGGIO POPOLANO: NZÈLEME U NGAPPACANE

dal libro “Chi campa, véde” di Dionisio Morlacco

 

Disegno di Pasquale Forte

Semplice e povero uomo che s’impose alla comune attenzione per la sua attività e divenne una delle più caratteristiche figure di popolani.

Si chiamava Raffaele Esposito, ma tutti lo indicavano col patronimico Nzèleme u ‘ngappacane, cioè «Anselmo l’acchiappacani», perché aveva ereditato la professione del padre.

Abitava nel popolarissimo rione alle Mura, in un terraneo angusto per la sua famiglia, che cercava di sfamare con gli scarsi proventi del suo lavoro, in quei tempi di diffusa povertà, in cui anche i proverbiali amici degli uomini, magri ed affamati, si aggiravano per le strade e nei vicoli in cerca di un misero osso, di un tozzo di pane ammuffito (‘a stozzere).

Coi loro occhi imploranti, i cani si accostavano timorosi alle soglie dei terranei (i suttane), cercando un gesto di umana generosità; ma quasi sempre si abbatteva su di essi la rabbia degli uomini che, con lancio di scope, di sassi, e con scariche di legnate (scope, préte e tacchere apprisse), sfogavano l’intima acredine per la durezza e l’avversità dei tempi.

Altre volte erano i più giovani a prendere di mira i cani randagi, che divenivano così il loro passatempo. Anzi, talora si formavano squadre di monelli che, per loro divertimento, davano la caccia ai cani, che indugiavano a cercare nei mucchi dei rifiuti, accumulati agli angoli delle strade. E se erano in più a contendersi un osso, si azzuffavano con belluini assalti e lottavano con i denti aguzzi e gli occhi accesi.

Per liberare la città dalla molesta e pericolosa presenza di questi vagabondi, la civica amministrazione si serviva dell’accalappiacani, che nel suo esercizio finiva per acquistare l’insolito ruolo del personaggio.

Di statura quasi normale, Nzèleme u ‘ngappacane ammantava le sue magre forme con una logora giacca, che gli pendeva addosso fino alle ginocchia. Dalle sue tasche affioravano e penzolavano i capi delle cordicelle (i zuculèlle), necessarie per legare i cani, dopo la cattura.

Per la sua padronanza, che la gente scambiava frettolosamente per crudeltà, Nzèleme non era ben visto da molti concittadini, specie quando si aggirava per le strade nell’esercizio del suo mestiere. Il suo aspetto, del resto, non attenuava una diffusa impressione di uomo spietato, ne mancava chi lo paragonava a un boia.

Percorreva i quartieri popolari, dove più assidua era la presenza dei cani randagi, col cappio (u chiappe) dietro le spalle lievemente incurvate, come a nasconderlo; con andatura accorta si avvicinava all’infelice cane e con atto fulmineo gli infilava al collo il cappio, che tirava per il manico, in modo da ottenere una sicura stretta. Dopo l’iniziale strepito e i ripetuti vani strattoni, quando la malcapitata bestia si riduceva all’impotenza, Nzèleme sfilava di tasca una delle sue cordicelle e, tenendo sempre domo il cane col cappio, lo legava al collo e lo trascinava verso il carretto, che lo seguiva, in cui lo rinchiudeva, insieme con gli altri prigionieri.

Il carrettino di legno era tutto chiuso, ma aveva due finestrini, muniti di inferriate, per consentire l’aria ai tapini. Ben più piccolo dei comuni carretti agricoli, era tirato a mano da uno spazzino che aiutava Nzèleme nel momento di introdurre i cani nella prigione, che ne poteva contenere al massimo una decina.

Il boia e il secondino erano scortati da una guardia municipale, che garantiva il regolare svolgimento di quel safari cittadino e l’incolumità degli addetti dalle proteste e dagli insulti degli ostili. In questi casi lo spettacolo si faceva più colorito: donne davanti alle porte, uomini e frotte di ragazzi divertiti, seguivano a breve distanza la cattura che si faceva più movimentata e più chiassosa. La vivacità dei presenti, quasi sempre intenzionale, metteva in allarme i randagi che, fiutando il pericolo, scappavano. Coloro che poco prima avevano scacciato e maltrattato i cani, divenivano ora i loro difensori. E Nzèleme, nonostante la sua destrezza, andava a vuoto, e ciò aumentava naturalmente l’ilarità degli astanti, per niente intimoriti dalla presenza del vigile.

Scattavano dai crocchi perentori incitamenti alla fuga: «Zà, zà! Pass’a là!», che rendevano più ardua l’opera di Raffaele Esposito, perché il cane, così incitato, scappava proprio nell’attimo di cadere nella spietata stretta del cappio.

Lo spettacolo si caricava di maggiore comicità quando Nzèleme si imbatteva in qualche piccolo bastardo (u pumacchiotte): se l’abile e scaltra bestiola riusciva a schivare la cattura, con grande rapidità d’istinto, o sfuggendo dal cappio o passando attraverso le gambe dell’accalappiacani, allora si levavano fragorose le risate dei presenti.

Ma Nzèleme da autentico murare non demordeva, né la sua notorietà scemava: per un cagnolino che scappava, molti altri finivano presi dalla sua abilità. Le misere bestie venivano poi portate al vecchio macello a Porta Croce, per essere giustiziate e scorticate. Col loro cuoio si confezionavano i crejule, cioè le stringhe per gli scarponi dei contadini.

Tempi duri, dunque, per i cani e per gli uomini, che, alla cantina, scordavano l’amarezza e il peso della vita, davanti a un boccale di vino, in cui trovavano la momentanea evasione, la breve dimenticanza dei bisogni.

Rosso nel volto e incerto nel passo, anche Nzèleme, soleva tornare a casa ebbro la sera. Ma se per avventura gli capitava di imbattersi, per la strada, nell’ombra di un cane, già sfuggito alla sua cattura, questo, audace e timoroso al tempo stesso, lo seguiva per un pezzo e, abbaiando, gli lanciava dietro tutta la rabbia della sua vendetta.