QUATT’E QQUATTE

PERSONAGGIO POPOLANO: QUATT’E QQUATTE

dal libro “Chi campa, véde” di Dionisio Morlacco

 

Disegno di Pasquale Forte

Un umile terraneo di sope i Mure accoglieva Michele Stiscia.

Povero in canna, analfabeta e rude, come tanti di quel famigerato rione, possedeva soltanto la ricchezza del suo grosso naso e dei suoi inappagati desideri, nonché la forza delle sue braccia, unica risorsa per la sopravvivenza, necessaria al suo mestiere di facchino, donde traeva il minimo per campare.

Era sempre in piazza, a disposizione dei clienti, o girava per le strade a sbrigare gli incarichi ricevuti.

Così tutti i giorni, anche in quelli festivi.

Il suo nomignolo derivava certamente dal suo comportamento, suggerito dalle esigenze di una vita vissuta alla giornata, che lo rendevano attento ai piccoli conti e ai patteggiamenti della sua scarsa mercede.

Ouatt’e qquatte risuonava come l’espressione sintetica dei rapporti e delle relazioni giornaliere, era il riferimento ricorrente o l’intercalare d’uso del vivace muraro, che, per i suoi gesti spinti, fu spesso nella cronaca cittadina.

Nel 1899, infatti, Michele Stiscia fu arrestato perché ferì di coltello, piuttosto gravemente, Lalla Mustazzo (Laura De Palma) sorella di Scip Sciap, per precedenti rancori.

L’anno dopo, perché scorse una sera «il collega Gaetano Grimaldi, uscire di casa in Via S. Matteo, forse per gelosia di donna, forse perché sette o otto giorni prima si erano bisticciati e covavano nell’animo un vecchio rancore, gli andò incontro e gli sparò a bruciapelo tre colpi di rivoltella, che fortunatamente andarono a vuoto».

Ma Ouatte qquatte dovette darsi alla latitanza.

Ed ecco un altro episodio che conferma maggiormente l’indole di questo popolano di sope i Mure: «Il prof. Giancola del R. Ginnasio aveva pattuito col facchino Mamone (Felice Scioscia) lire diciassette per lo sgombero della casa, rifiutandosi alla richiesta di venticinque lire fattagli prima dall’altro facchino Michele Stiscia, detto Ouatt’e qquatte.

Incontratisi i due in piazza Umberto I, Stiscia rimproverò Mamone di avergli fatto perdere l’affare, e Mamone, com‘era naturale, gli rispose come doveva.

Ne venne un diverbio, al quale partecipò anche la moglie sicché le cose volsero al peggio. Si mise mano da entrambi ai coltelli.

Accorsero la guardia municipale Gallo e due altre, ma i due rissanti non smisero se non quando le guardie li disarmarono e li trassero all’ufficio di polizia in istato di arresto.

Per le frequenti risse che avvengono in Piazza Mercanti è bene che invece di un piantone ve ne siano due di guardie municipali, almeno dalle ore 16 in poi»,