SCIP-SCIAP

PERSONAGGIO POPOLANO: SCIP-SCIAP

dal libro “Chi campa, véde” di Dionisio Morlacco

Singolare personaggio che si rese famoso per la sua attività, per la quale acquistò notorietà anche tra i forestieri (i frustire) del circondario subappenninico.

Abitava nel chiassoso, turbolento e povero rione di sope i Mure, in un angusto terraneo che fungeva anche da nascosto punto di vendita della carne equina, della quale egli aveva il monopolio, tanto che dire Scip – Sciap era come dire carne equina. E tale attività, forse ereditata dal padre, Vincenzo De Palma trasmise alla discendenza.

All’anagrafe figurava come «cavallaro», e di cavalli in verità egli se ne intendeva bene, poiché era un abile trafficante della loro carne, dal cui smercio traeva il necessario sostentamento per se e per la famiglia.

«Non vi erano allora veri e propri spacci, come oggi, nè una macellazione commerciale, ma solo occasionale, di carne equina». E di questo commercio della carne equina, spesso «mortacina», trasformata in braciole, costolette e mesciscke, l’imponente ed esperto Vincenzo De Palma era unico e insuperabile esercente. Ma le leggi sanitarie e le disposizioni comunali frenavano e ostacolavano non poco tale commercio, sicché Scip-Sciap era costretto ad agire di nascosto e sempre in violazione delle norme igienico-sanitarie e dei regolamenti daziari. Per questo le guardie municipali e quelle del dazio non lo perdevano d’occhio e al minimo indizio piombavano nella sua casa per la consueta perquisizione, il sequestro della carne nascosta e l’inevitabile contravvenzione.

L’assidua sorveglianza e l’intervento repressivo delle guardie non erano certamente graditi dalla famiglia De Palma, che al momento protestava e sfogava il suo bollore di fronte all’incomprensione delle guardie: «In casa del popolarissimo Scip – Sciap si cuocevano in un calderone molte braciole di carne di cavallo: alla cottura assistevano con vigile cura lui stesso, Scip – Sciap, sua moglie e una figlia a nome Maria. Che magnifica scorpacciata si sarebbe fatta alla barba dei regolamenti municipali e delle guardie! Senonché Scip – Sciap propone e le guardie dispongono. Infatti, verso le 15 e 30 di quel giorno stesso, e proprio mentre il calderone bolliva, si presentarono, non annunziati, in casa del nostro celebre omaccione, amico dei cavalli defunti, il veterinario dr. Scalzilli, il comandante delle guardie sig. Zarrella e la guardia Trotta per sequestrare le braciole e fare la contravvenzione. Accadde un putiferio: Scip – Sciap, la moglie e la figlia vomitarono tutte le male parole del loro vocabolario di perfetti murari addosso al rappresentante dell’Ufficio di igiene e ai rappresentanti dell’autorità municipale. Più infuriata d’ogni altro la Maria si diede prima a svillaneggiare, rimproverandogli non sappiamo quali favori resigli, l’agente Trotta, e poi, per sfogare la rabbia che la rodeva, gli si gettò addosso strappandogli il mantello e graffiandogli il naso. Povero Trotta … toccano sempre a lui certe avventure! In breve, tutta la famiglia De Palma fu arrestata per oltraggio e condotta in carcere a calmare le oneste furie e a masticare amaro per le braciole non mangiate»,

Quando Scip – Sciap riusciva a mettere le mani su un cavallo moribondo, o appena morto, con straordinaria abilità intraprendeva la sua opera: lo scuoiava, lo sezionava, ne tagliava la carne in quarti, che introduceva furtivamente in città, eludendo la barriera daziaria e poi, per eliminare ogni traccia dell’illecita pratica, seppelliva i resti dell’animale nel terreno extraurbano. Ma anche questo rituale era noto ai concittadini; l’ammorbamento dell’aria, del resto, ne era una chiara denunzia: «Nei due giorni di fiera, quando maggiormente la folla degli uomini d’affari e di curiosi affollavansi al Piano del Puledro, furono uditi molti forestieri lamentare che la fiera si tenga in un luogo poco adatto, non per la topografia o per la ristrettezza di spazio, ma per le condizioni igieniche in cui è mantenuto. Insomma dal piano si levava in qualche punto un fetore insopportabile di carne morta, e ci si è detto doversi ciò al fatto che il noto Scip – Sciap va a seppellire in certe buche scavate nel piano le carogne dei cavalli e degli asini e muli, che egli acquista per una sua particolare industria. Se ciò è vero, dobbiamo deplorare che le autorità lascino libero l’egregio Scip – Sciap di fare il proprio comodo in barba ai regolamenti d’igiene e con disdoro della città».

«La trazione, le opere dei campi erano dovute allora solo a cavalli e muli per cui essi erano preziosi e, anche se ridotti allo stato di brenne, i proprietari non se ne disfacevano. Solo se vittime di infortuni sul lavoro, venivano abbattuti, e la loro carne dolciastra e tigliosa messa in vendita. E se l’infortunio colpiva qualche puledrino sprovveduto nel correre, allora si sentiva la voce di un garzone di Scip – Sciap che con un pezzo di carne rossa e tenera come mostra, andava in giro gridando: ‘a vetelline! … ‘a vetelline! e promuoveva a giovenca l’infelice puledro».

Ciò avveniva però solo quando l’autorità sanitaria, dopo aver esaminato l’animale regolarmente macellato, ne autorizzava la vendita della carne al pubblico. Era quello un giorno particolare per il rione, che si animava più del consueto di gente che affluiva alla chiangarelle de sope i Mure. Lo stesso Scip-Sciap si improvvisava allora fanatico banditore e andava su e giù per la via, fino allo sbocco nel Corso Garibaldi (u pendone i Mure o u pendone a Strada Granne), magnificando la sua merce: «’A vetelline! A vetelline!». E in questo comportamento, che esprimeva la sua schietta indole di muraro, appariva a tutti «de sope i Mure u re suvrane».

Ma i casi di regolare macellazione erano molto rari, sicché, per necessità, Scip – Sciap era costretto a non farsi scrupolo di spacciare carne di qualsiasi equino (cavallo, asino, mulo), morto per incidente o per malattia, con grave pericolo per la salute dei fedeli consumatori.

Oltre che per questa sua attività Scip – Sciap assurse alla notorietà anche per la sua conformazione fisica: era «massiccio, dalla voluminosa epa a mala pena contenuta dalla cintura di cuoio, dai tratti del viso marcati come sbalzati a colpi di scalpello». Era un omaccione che dava a molti l’impressione di un gigante, dalle mani molto grandi: «Tenéve i mane longhe cum’e ddoje pale — nase e vocche ‘nfenèvene maje – e a cape che pesave nu cundale: – ére nu ggiagande ca nne déve guaje». Un tipo di “gigante” locale, che riscuoteva la considerazione dei suoi molti clienti e che all’occasione seppe imporsi a una folla di donne scalmanate. Il fatto avvenne il 23 aprile 1917: «Per il magro raccolto cerealicolo, causato dall’avverso andamento stagionale, si profilava la necessità di tesserare pane e farina. La misura adombrata non poteva certo riuscire gradita alla povera gente. Incominciò a serpeggiare un malcontento … finché scoppiò la scintilla nel più rissoso quartiere, il rione di sope i Mure, donde una schiera di ‘murare chi forche armate’, un’orda di popolane in zoccoli, scarmigliate, munite di nodosi bastoni, alluvionò Corso Garibaldi» e gridando «pane e pasta!» si diresse all’assalto del Municipio. Senza alcun timore, «andando per le spicce, si dava la colpa all’autorità comunale, presunta affamatrice. Perciò si passò, senz’altro, alla presa della locale Bastiglia. Gli uffici del Comune furono messi a soqquadro: tessere e schedari, già pronti, dispersi: si favoleggiò del sindaco del tempo (don Ciccio Paolo Curato, paterna figura di gentiluomo all’antica) che avrebbe cercato scampo nascondendosi in un armadio dell’archivio».

Secondo altri fu Scip – Sciap che «don Cicce u sineche salvaje». Ma è più verosimile che il popolare «omaccione» intervenisse per placare le ‘assatanate murare’ e per convincerle a tornarsene a casa.

A conclusione di quel tumultuoso episodio non ci fu ne razionamento, ne tesseramento, ma le «focose popolane riebbero a volontà sckanate e cecatille».

La popolarità di Vincenzo De Palma era tale che anche l’anonimo osò ricorrere al suo nomignolo per firmare la sua protesta e darle più risonanza, contro gli amministratori comunali.

Poiché il rione alle Mura è attiguo alla piazza, luogo dei raduni e degli incontri, centro degli scambi e delle compravendite mediate, era qui (ammizze a chiazze) e a Porta Troia (a Porte Troje) che Scip – Sciap stazionava a lungo durante il giorno e «cume sapéve che nu cavalle se muréve — subbete curréve a pigghjarsele ca sciarrélle – e ‘a carne pe fà i brasciole vennéve a tanta gente vèraménde puverélle».

La moglie e le figlie erano molto abili nel preparare ‘a mesciscke e i brasciole de cavalle, che vendevano alla povera gente, che certamente non poteva permettersi di consumare altri tipi di carne.

«A sére o pendone di Mure se mettéve – ca sègge, ca gratizze e a furnacèlle – e i turcenille d’agnille cucéve — pe tanda povere femmenèlle — Tanne érene timbe brutte, — ‘a carne se vedéve dinde u cchialone».