SCUPILLE

PERSONAGGIO POPOLANO: SCUPILLE

dal libro “Chi campa, véde” di Dionisio Morlacco

Disegno di Pasquale Forte

Il nomignolo, indicativo del sembiante scarno e minuto di Antonio Amatrice, gli si attagliava bene, anche per via dei miseri cenci che lo coprivano.

Le sue fattezze, il suo aspetto, avevano suggerito quel soprannome, mediato dal gergo: u scupille, infatti, era il tipico pennello che confezionavano a mano i «terrazzani», adoperando le cannucce raccolte presso i corsi d’acqua.

Essi costruivano soprattutto scope, che vendevano la mattina in piazza o girando per le strade, al grido di «Scope de cannucce, scope, scope!», oppure: «Ténghe pure i scope mosce e i scupille!».

Trascorreva il suo tempo in Piazza Duomo (ammizze u lareghe), ove «la canaglia adulta e infantile, la gente disoccupata del nostro paese» lo prendeva di mira, per suo vile divertimento.

E il poveretto, indifeso, «rimbambito e stupido», era divenuto così il bersaglio di tutti, il soggetto di uno spettacolo «incivile e barbaro», l’oggetto delle più «disumane sevizie» dei molti sfaccendati.

Ne alcuno si preoccupava di intervenire per porre fine a quello «scandalo di lesa umanità, arrestando senza misericordia quei mascalzoni che sull’infelice individuo compivano atti abominevoli».

Giovinastri e uomini di età si succedevano nel pessimo divertimento di tormentarlo, di insultarlo.

Anche le lagnanze della buona gente cadevano nel vuoto:

«Esistono società zoofile per proteggere gli animali, e qui impunemente si maltratta un uomo fra l’indifferenza di tutti. Ecco la scuola a cui si educano i ragazzi del popolo. Per essi ingiuriare, tormentare, bastonare un vecchio cadente è un divertimento. Uno scherzo, qualunque. E noi ogni giorno siamo costretti a fremere dinanzi a tutta una nidiata di fanciulli, incoraggiati da adulti, che insolentiscono contro questo pezzente, nominato ScupilleLe autorità non vogliono, non sanno, non possono provvedere? Possibile? Ma noi non vogliamo, non sappiamo, non possiamo tacere: è una vergogna, un reato che si commette impunemente a dispetto di ogni carità umana»,

Finché un giorno, sull’imbrunire, per difendersi e reagire ai soliti monelli, che lo insultavano e gli tiravano dietro delle bucce, l’infelice Scupille raccattò un sasso e lo lanciò a casaccio, ferendo alla testa la ragazza Amelia D’Alessandro.

Vennero i carabinieri e «arrestarono il feritore e mai fu vista una dimostrazione di popolo tanto imponente per un arresto! Povero Scupille, non lo lasciano neppure in mezzo ai carabinieri. Naturalmente l’arresto dell’accattone provocò non pochi risentimenti e lettere».

Di lui poi non si seppe più nulla, né la stampa ebbe più a menzionarlo.

La sua fine fu certamente consona al tenore della sua vita.