SPACCH’E MAGNE

PERSONAGGIO POPOLANO: SPACCH’E MAGNE

dal libro “Chi campa, véde” di Dionisio Morlacco

Era chiamato così il castagnaro Giuseppe Pugnotti.

Di origine irpina, venne a Lucera ancora giovane e si rese popolare come venditore ambulante di castagne, di fave cotte e altri generi.

Col suo fisico prestante («un omone, uno spaventapasseri pel suo abito bisunto e sdrucito»), girava i paesi per vendere la sua merce, annunciandosi e facendosi riconoscere col suo forte e inconfondibile grido di montanaro.

A chi gli chiedeva della qualità dei suoi prodotti, «Spacch’e magne» rispondeva e quest’espressione finì per essere il suo secondo nome, col quale acquistò una larga notorietà.

Insieme alla moglie, una donna di puro sangue saraceno, sapeva preparare delle ottime fave «cotte sale e pepe» (i fafe arracciate), a conforto dei palati plebei, i quali le sposavano con «un bicchiere di fatticcio ribollito» (fattizze rebullite), sollecitato dall’ardore del pepe.

I fafe arracciate, accompagnate col vino, caratterizzavano anche la festività di S. Pasquale: per antica consuetudine, infatti, la sera del 17 maggio i lucerini si portavano al Salvatore illuminato, per lo «struscio» e per ascoltare la musica, mangiando fave lesse e bevendo ribollito o cacc’e mmitte.

«Per oltre cinquant’anni in tutte le sagre di Lucera e dei paesi vicini, la voce limpida, forte, intonatissima e sonora di Spacch’e magne squillò l’invito ‘Vine, vì!‘ lanciando tre, quattro, cinque ‘do di petto’ in fila, che facevano tremare l’aria ».

All’età di 86 anni, nel 1913, il vecchio e stanco Spacch’e magne si spense, non senza aver prima assicurato alla discendenza l’eredità della sua fama e del suo nome: «Povero Spacch’e magne! Aveva avuto dalla natura tutte le facoltà e le doti del grande tenore, ed è vissuto vendendo castagne e fave cotte, ed è morto nell’Ospizio di S. Giuseppe».