STUMINGHE

PERSONAGGIO POPOLANO: STUMINGHE

dal libro “Chi campa, véde” di Dionisio Morlacco

Conosciuto da tutti come Stuminghe, nomignolo di oscura origine e di altrettanto oscuro significato, V. M. faceva il venditore ambulante di frutti di mare in estate e di frutta in genere negli altri periodi dell’anno. Tra l’altro vendeva i limoni girando per le strade con un carrettino. Passando dinanzi alle case dei castagnari, con chiara allusione, soleva gridare:

Ténghe i lemune fradice p’i castagnare!

Abitava nel popolare rione alle Mura, dove, coi suoi frequenti e aspri litigi, contribuiva non poco alla solidità della cattiva fama del suo quartiere.

Il poveretto, benché assai geloso, era incorso in una disgrazia coniugale, della quale non riusciva a capacitarsi: la moglie lo aveva reso… quel che egli non avrebbe mai voluto essere. E per questo Stuminghe, quando si ricordava di essere «becco», perdeva la sua abituale calma e, dovunque si trovava, con male parole, imprecava contro l’infedele moglie, fosse presente o assente.

I contrasti coniugali il più delle volte degeneravano in scontri violenti, a seguito dei quali la donna spesso fu costretta a ricorrere alle cure sanitarie.

Ciò avvenne nel 1904, quando Stuminghe ferì la moglie al braccio e le regalò diversi morsi, per cui fu arrestato, e nel 1906, quando, ferita da morsi all’avambraccio sinistro, la donna corse all’ufficio di polizia urbana a farsi medicare dal Dr. Nicola Colasanto, medico condotto.

Gli sfoghi di Stuminghe però oltre che rendere di pubblico dominio la sua condizione, lo esponevano anche al richiamo della pubblica autorità, per il suo comportamento incivile e per turbamento della quiete pubblica.

Una domenica del 1908, dopo il concerto della banda cittadina, presso il Circolo Casa Nostra, Stuminghe, per uno dei soliti: accessi di malumore, si diede a inveire contro la moglie, «usando e abusando di un frasario caratteristico», di quelli che gli agenti di polizia erano soliti reprimere, perché offensivi del pubblico pudore.

«Mentre Stuminghe snocciolava tutte le peggiori improperi pescate nel suo dizionario, gli si avvicinarono due giovani militi della Benemerita e con buoni modi lo invitarono a tacere. Stuminghe non se l’ebbe a male, ma continuò a dire … corna della sua metà, serbando tutto il rispetto pei carabinieri, quando la guardia municipale Bruno», affatto consapevole del motto di Talleyrand «Sur tout pas trop de zèle», «si slanciò inaspettatamente nel gruppo per dare un colorito drammatico alla farsetta che il pubblico trovava molto divertente».

«La guardia Bruno, da poco arruolata, è – come dicono a Lucera — una ‘scopa nova’, cioè molto zelante, troppo zelante, ossia zelante senza necessità e quindi a sproposito, così che, per tener alto il decoro del formidabile corpo cui appartiene, riesce anche lei a screditarlo peggio. La guardia Bruno, dunque, venne, vide, udì e, agguantato Stuminghe pel braccio, gl’intimò di andare via.

– Finitela e andate via! Se no…

– Che volete? Io parlo coi carabinieri che sono meglio di voi.

– Meglio di me? Ah sì? Avanti, all’ufficio con me!

E così dicendo il focoso guerriero spinse il malcapitato Stuminghe all’ufficio di Polizia urbana, sacramentando e minacciando fulmini e saette.

Ma parecchi soci del Circolo Casa Nostra, che avevano assistito alle varie scenette della farsa trasformata in dramma, corsero anch’essi all’ufficio a protestare contro il contegno inopportunamente zelante della guardia Bruno e Stuminghe fu restituito alla moglie infedele», contro la quale certamente continuò a sfogarsi con tutta l’amarezza che gli traboccava dal cuore.