TOZZEL’E TTÉRE

PERSONAGGIO POPOLANO: TOZZEL’E TTÉRE

dal libro “Chi campa, véde” di Dionisio Morlacco

Disegno di Pasquale Forte

Abitava in un terraneo di Via Quaranta (‘a strade Quarande) ed era conosciuta col soprannome di Tozzel’e ttére, col quale era già noto il padre, legnaiolo e venditore ambulante di pane e altri generi.

Questi, nel pesare la merce, soleva dare furtivamente un colpetto sull’asta della stadera, donde l’origine del soprannome.

La figlia Consiglia, dotata di occhi vivaci e sorriso piacente, faceva la fruttivendola, ma vendeva anche il petrolio per l’illuminazione.

E in questa attività, per la concorrenza, dovette subire qualche disavventura.

Nel 1899 di fronte al suo piccolo negozio sorse un altro di Maria Grazia Cairelli, moglie di Garibaldi, uomo così chiamato «in grazia, forse, delle prodezze non poche da lui compiute. Naturalmente Maria Grazia faceva una spietata concorrenza a Tozzel’e ttére, specialmente per la vendita del petrolio. Di qui le ire delle due donne, frequenti alterchi e minacce da ambo le parti».

Finché un giorno, in cui Tozzel’e ttére «ne disse alla Cairelli più del solito, fino ad appellare il marito di costei – Garibaldi! – con non so quali onorificenze … Garibaldi udì, arse di sdegno, si armò di una scure e corse verso la casa di Tozzel’e ttéreLa quale, manco a dirlo, si rifugiò sotto il letto, dopo aver chiusa accuratamente la vetrina. Figuratevi se Garibaldi poteva arrestarsi di fronte a così piccolo ostacolo! Egli sfondò con un colpo la vetrina e si avvicinò al letto.Cominciò una lotta omerica: Garibaldi menava botte con la scure e Tozzel’e ttére sgattaiolava qua e là sotto il letto, tanto che, urtando contro un piede (u pidestalle) del letto stesso, si ferì la guancia».

L’intervento dei vicini e delle guardie Gallo e Prudenza, che a mala pena riuscirono ad afferrare Garibaldi, a disarmarlo e a condurlo in prigione, salvò la povera spaventata Tozzel’e ttére.

Ma fu soprattutto come venditrice ambulante di pelanghèlle (pannocchie di granoturco lessate) che Tozzel’e ttére acquistò rinomanza: sfoggiando una camicetta bianca di broccato, col suo portamento di «matrona» o di discendente di «almea imperiale» («una donna alta, dal profilo di medaglia, sguardo acuto di sparviero, aria spavalda»), girava per le strade nelle «controre d’estate» per vendere i pelanghèlle, che portava su un grande piatto di terracotta, coperto a metà da un tovagliolo bianco.

Passando per le strade lanciava il suo noto richiamo: «Ténghe ‘a pelanghèlla caveda caveda!», col quale suscitava maliziosi pensieri in chi l’udiva.

Ma lei, «con la sua lingua pronta, sapeva benissimo disimpegnarsi rimbeccando» le altrui malizie.