U RRE DA FAME

PERSONAGGIO POPOLANO: U RRE DA FAME

dal libro “Chi campa, véde” di Dionisio Morlacco

Il suo regno era a Porta Troia, lo spiazzo che si estende fuori dell’antica e storica Porta, che è rimasto identico nella sua planimetria, dal momento che la topografia del luogo non ha consentito mai il suo ampliamento; e tuttavia il suo aspetto, il suo «volto» è oggi molto cambiato.

Aperta ed assolata, perché esposta a mezzogiorno, ‘a Porte Troje era allora, più di oggi, un «fronte del porto», dove approdavano le corriere, i carretti, i sciarabballe e i kinghe, provenienti dal Subappennino, e si raccoglievano e sostavano in confusa animazione, uomini, giovani, ragazzi dei più vicini, popolati e turbolenti rioni di sope i Mure, sope u Trappite, sope u Calvarije, arréte Zuneche, sope Sangiuvanne, per trascorrervi le loro consuete giornate d’ozio, nella speranzosa attesa di qualche lavoro, cioè di un comando, di un incarico, che procurasse loro sia pure un minimo guadagno.

Giovani ed uomini disoccupati, abituali fannulloni, si ritrovavano al mattino per continuare ciò che avevano interrotto il giorno prima: semplici giochi (a mazz’e piveze, u trave lunghe, u curle, sott’u matone, zomba pila-pila, a capa ammuccia, ecc.), racconti (i cunde), burle e scherzi, a volte cattivi, che finivano spesso per provocare accesi litigi.

Tra un lavoro e l’altro vi sostavano anche i locali «aiutanti», cioè gli scaricatori di grano (‘a caravane d’ajutande) ed anche i forestieri, in attesa del ritorno ai loro paesi.

Di quel tempo non c’è più traccia, se non nel ricordo di quanti vivono ancora a Porta Troia; la maggior parte della gente di Porta Troia emigrò al nord o all’estero in cerca di lavoro, nei decenni del dopoguerra.

Ed anche scomparsi sono ormai i segni più caratteristici di Porta Troia: u dazije (il localuccio con la pesa del dazio), u bbuverature (l’abbeveratoio per gli animali), ‘a latrine (l’orinatoio), ‘a bangarèlle (il chiosco), ‘a fundane, i putéghe d’i ferrare (le botteghe dei fabbri, dei maniscalchi) e di carrire (dei carpentieri), che costruivano trajne, sciarabballe, carrettune, usati per la raccolta del grano e per il trasporto della paglia.

Anche le abitazioni tutt’intorno hanno subìto modifiche ed altre nuovissime sono sorte dove un palmo di suolo lo ha consentito. Così, per l’assalto dell’espansione edilizia, sono scomparsi gli estesi rinomati orti della zona.

Tra i più assidui e noti oziosi di Porta Troia c’era lui, u rre da fame, ovvero Salvatore u pedecchjuse, il barbone per eccellenza di Lucera, il simbolo dell’estrema miseria.

Vi stazionava tutto il giorno, solitario ed emarginato.

Viveva di avanzi, di tozzi di pane duro che gli offrivano, come ad un cane.

A volte qualcuno più caritatevole lo accoglieva sull’uscio di casa e gli porgeva un piatto caldo.

Salvatore Andolfi era nato il 28 luglio 1909 a S. Paolo del Brasile, dove il padre Felice, bracciante, si era trasferito in cerca di fortuna con la moglie Raffaela Volgarino, sul finire del secolo scorso.

Là, però, il povero Felice non aveva fatto altro che mettere al mondo una nutrita prole: cinque maschi e tre femmine.

Nel 1912 la numerosa famiglia rientrò in Italia e si stabilì prima a Castel Cellesi (Viterbo) e poi a Lucera, in un umilissimo terraneo di periferia, alla via extramurale Polveriera, nei pressi dell’attuale Piazza Matteotti.

Nel 1918 il diffondersi dell’epidemia di «spagnola» falciò due fratelli e una sorella di Salvatore (Geremia, Lorenzo e Dosolina); più tardi morirono anche i genitori.

E quando gli altri germani si trasferirono altrove, Salvatore, celibe e senza casa, restò solo a trascinare la sua grama esistenza.

Era sempre a Porta Troia e nelle immediate vicinanze.

Veniva al mattino e spariva al calar del sole, prima che le ombre inghiottissero la periferia.

Allora faceva ritorno al suo rifugio tra i ruderi delle vecchie fornaci sotto il Castello, dove il mattino del 27 marzo 1948 (giorno di Pasqua) fu trovato morto assiderato da tre giovani, che vi si erano recati a portargli una bottiglia di vino, della frutta e un dolce pasquale (u pizze palumme).

Nella mano intirizzita stringeva ancora una mela.

Il suo corpo restò per due giorni nella camera mortuaria, poi fu sepolto.

Ma, anni dopo, al momento dell’esumazione, i suoi resti furono trovati riversi, e questo fece pensare che non fosse proprio morto all’atto della sepoltura e che il corpo si fosse girato nella bara.

Un caso di morte apparente?

Sapeva giocare molto bene cu curle, cioè con quella piccola trottola di legno, allora molto in voga.

Il vincitore di ogni sfida, di ogni gara a Porta Troia, era lui.

Il gioco (u passandune) consisteva nel tracciare un cerchio a terra e nel porvi al centro, l’una sull’altra, le monete della sfida: un soldo (5 centesimi) per ogni giocatore.

Tirando la cordicella (‘a zagagghje) che avvolgeva la trottolina, si scagliava quest’ultima in modo da colpire con la sua punta metallica (u spendone), di ferro o di acciaio, il mucchietto dei soldi, i quali, così colpiti con violenza, saltavano e rotolavano via.

Quelli che finivano fuori del cerchio costituivano subito la vincita del colpitore, che, mentre u curle girava, attraverso l’indice e il medio della mano divaricati, con un agile tocco, lo faceva saltare sul palmo della mano e lo lasciava ricadere accortamente sui soldi ancora sparsi nel cerchio, per farveli uscire e aggiudicarseli.

Il tutto finché durava il moto della trottolina, cessato il quale il gioco passava ad un altro.

Anche nel gioco delle monete sott’u matone era lui il più bravo.

Si piazzava a terra, in un posto prescelto, un mezzo mattone, e da una distanza stabilita si lanciavano i soldi (u solde, ‘a quattesolde o ‘a nechèlle) per farveli avvicinare il più possibile.

La posta in palio veniva vinta da chi riusciva a piazzare la sua moneta più vicina al mattone, o addirittura a farvela conficcare sotto di esso.

Per la sua abilità in questi giochi, e nell’altro du spaccacurle, Salvatore aveva acquistato una grande notorietà nell’ambiente di Porta Troia.

Coi soldi vinti provvedeva a mantenersi, dal momento che viveva ormai solo e non aveva parenti.

Mangiava quello che riusciva a comprarsi e dormiva nelle cunette della Via Appulo Sannitica.

Altro luogo in cui si rifugiava, per dormire o per ripararsi dal maltempo, erano le nicchie di Porta Troia, cioè i vecchi posti di guardia esistenti sotto l’arco della storica Porta.

Ma quando la fortuna cominciò ad abbandonarlo, soprattutto perché non lo facevano più giocare, escludendolo, allontanandolo o scacciandolo, allora Salvatore divenne sempre più misero, barbone e pedecchjuse.

E quegli che, in verità, sarebbe stato un uomo piacente, per il suo fisico ben modellato e il suo volto attraente, cadde nel più nero squallore, per il vizio e per l’ozio.

Anche di lui, u re da fame, il bravo fotografo Federico De Rosario eseguì un paio di ritratti, il cui realismo esprime sia la genialità dell’artista che il dramma esistenziale di quell’umilissimo indimenticabile popolano.