ZICA ZICA

PERSONAGGIO POPOLANO: ZICA ZICA

dal libro “Chi campa, véde” di Dionisio Morlacco

Facchino di piazza e banditore di vino, Carmine Santoro era a tutti noto col singolare nomignolo di Zica Zica.

Nato a S. Giorgio La Molara si era trasferito a Lucera ed abitava, con la moglie Di Maggio Chiara e i figli, arréte Cassèlle (Via d’Auria).

Ogni giorno, coi suoi innumerevoli passi striscianti sul selciato, percorreva il paese per la mostra del vino: con la bottiglia in una mano e il bicchiere nell’altra, batteva le strade e i vicoli, gridando ed esaltando il colore e il sapore dei buoni vini locali (casarole), di quelli che mettevano in vendita le rinomate cantine padronali.

Giunto in piazza (ammizze a chiazze), consueto luogo di transito e di sosta dei concittadini, che vi trascorrevano il tempo oziando, o vi trattavano gli affari, Zica Zica si soffermava più a lungo, perché questa era la più adatta ribalta per la sua decantazione.

Le piazze e le strade erano la sua casa; in esse trascorreva le sue ore, la sua vita senza fortuna. Ed egli le conosceva ormai bene, con i loro nomi popolari, come le sue tasche sempre vuote, come i suoi giorni sempre uguali.

Tra le pareti domestiche restava solo il tempo indispensabile per dormire e per consumare il suo frugale, misero pasto.

Quando non girava per la mostra, sostava in piazza ad offrirsi come facchino per i più disparati servizi: per lo scarico della frutta e degli ortaggi, o per le varie incombenze che gli venivano affidate.

A sera, stanco del lungo peregrinare, si raccoglieva coi colleghi e con gli amici nella cantina più familiare, e lì, tra un boccale e una chiacchiera, tra una risata e un litigio, riusciva infine ad estraniarsi dal mondo e ad essere un po’ allegro tra i fumi.

E fu così che una sera (16 maggio 1900) andò incontro all’amara e crudele beffa del suo destino.

Nella cantina di Francescantonio D’Agnone nella Via Cimino Gargano (‘a strade Cemine) giocava alla morra col ventenne carbonaio Matteo Guerra.

Alla fine del gioco, poiché risultò perdente, gli toccò di pagare il soldo del vino.

Ma per celia osò dire al compagno che, nonostante avesse perduto, «al gioco della morra era fino assai».

L’altro non gradì tale vanto e, in modo pronto e volgare, lo mandò a quel paese.

– Meglio non sai parlare? – gli disse Zica – Zica, in tono di sfida.

Ma per tutta risposta il giovane montanaro gli assestò un fulmineo schiaffo e tre colpi di coltello: uno verso l’inguine, l’altro alla schiena e il terzo al braccio sinistro, proteso per ripararsi.

Alle proteste e alle grida del cantiniere il sanguinario Guerra, prima di andare via, lanciò una sedia contro Zica Zica, che gemeva e ripeteva di essere stato ucciso.

– Per un soldo di vino… Mi ha ucciso! — disse alle guardie che erano sopraggiunte.

L’omicida che si dirigeva verso casa, fu presto raggiunto e arrestato.

«La ferita all’inguine lese l’intestino, ma tale lesione non si sarebbe verificata se l’intestino stesso non si fosse trovato fuori posto.

Si fece prontamente l’operazione, ma inefficacemente, poiché il povero Santoro ebbe a morire dopo due giorni», lasciando ai suoi l’eredità del nomignolo e l’infelice ricordo della sua tragica fine.

Comparso il Guerra davanti ai giudici, con l’imputazione di omicidio, «in concorso di condizioni preesistenti a lui ignote, i giurati negarono la volontà omicida, gli accordarono la concausa, il vizio parziale di mente per ubriachezza volontaria, e le attenuanti».

Fu condannato solo a 4 anni, 10 mesi e 10 giorni di reclusione.