‘A MUNACÈLLE

PERSONAGGIO POPOLANO: ‘A MUNACÈLLE

dal libro “Chi campa, véde” di Dionisio Morlacco

“…….. In un portone di Via Quaranta (u pertone Pedone) e poi in un umilissimo basso del Vico Quaranta (oggi Vico Barone), visse una singolare, unica nel suo aspetto e nel suo carattere, Una donna certamente molto rara, indicata da tutti con l’appellativo ‘a Munacèlle (la Monachella).

Era nata il 17 aprile del 1880 e si chiamava Vincenza Pardo.

Ancora piccola rimase orfana del padre Antonio Pardo. La madre Carolina Baldassarre, per le sue condizioni economiche e perché aveva altri cinque figli, decise di rinchiuderla nell’Orfanatrofio Pellegrino (a Sallunarde), dove, con l’assistenza delle suore, imparasse a cucire e a ricamare e, poi, si facesse monaca, per cui già la chiamavano ‘a Munacèlle, Ma fattasi giovane e conosciuto Luciano, lo sposò.

Piccola di statura, quasi minuta, cominciò a prestarsi come donna di servizio, come portatrice d’acqua soprattutto.

Andava coperta da una misera veste, che le pendeva addosso fino a lambire, col suo orlo sbrindellato, le scarpe rotte, in cui i piedi spaziavano d’estate e guazzavano d’inverno. Per ripararsi dal freddo nella cattiva stagione, portava sulle spalle uno sbiadito, consunto scialle di lana, annodato sul petto, o indossava un vecchio cappotto, che qualcuno le aveva regalato.

Con i piedi gelidi e le mani arrossate dal freddo e dall’acqua, a piccoli passi attraversava le strade e si recava alla pubblica fontana (in Piazza Salandra o in piazza Nocelli), ad attingere acqua, con uno o due secchi, per conto di coloro che non avevano ancora in casa il servizio dell’Acquedotto.

Ma, nonostante il suo lento e faticoso avanzare, pure l’acqua traboccava e, bagnandole la veste, finiva sulle scarpe già inzuppate.

Tale attività, di “portatrice d’acqua”, le procurava modestissimi proventi, coi quali riusciva a sopravvivere. Non poteva, certo, fare affidamento sui guadagni del marito, il banditore Luciano, perché questi li spendeva per il vino. e il vino, negli ultimi anni, cominciò a piacere ance alla Munacèlle, donde i continui litigi tra i due, che duravano anche fuori di casa, o scoppiavano al loro incontro per la strada.

Pur segnato dalle privazioni e ormai dall’età, il suo volto non aveva perso quella singolare giovialità che le veniva da una straordinaria serenità d’animo.

Era così serena che cantava: cantava alla fontana e per la strada, nel sole, sotto la pioggia, col freddo.

Con la sua vocina intonava semplici piccoli canti, che ella soltanto conosceva, perché dettati dalla sua fantasia. E nei canti esprimeva il suo stato d’animo, a determinare il quale contribuiva non poco il bicchiere di vino:

Passe pe ’nnanze a te – sénde l’addore de lu cafè – Meséreje, meséreje, vattinne da priss’a mmè!’.

Oppure

‘Piove e piove e piove – senza ombrello dove vo’ – con le scarpe rotte – me ne vado a cinemà’.

Monelli e ragazzacci spesso la schernivano e la molestavano per la strada, ma c’era sempre qualcuno pronto a difenderla.

Poi non la si vide più e nessuno parlò più di lei. Finì all’ospedale Psichiatrico di Foggia, perché la mente le si era alleggerita, e vi morì nel 1966″.