CAVALIER MATTEO

PERSONAGGIO POPOLANO: CAVALIER MATTEO

dal libro “Chi campa, véde” di Dionisio Morlacco

 

Disegno di Pasquale Forte

Era il più noto accattone di Lucera, il re dei pezzenti.

Dotato di quel briciolo di astuzia che si ritrovava in molti umili popolani, Matteo Coccitto interpretava in maniera perfetta la sua miseria.

Al vederlo nasceva spontaneo il sospetto che il “mestiere” l’avesse reso più esperto.

Col freddo andava coperto da una giacca leggerissima, ma appena il tempo si faceva più bello e l’aria più calda, indossava un lungo cappotto militare.

Questo espediente, come gli altri che egli escogitava, serviva naturalmente a impressionare il pubblico e a renderlo più pietoso e generoso nei suoi confronti.

Il suo fondo, il suo regno era Piazza Duomo, ove aveva contratto la sua malattia: «la malattia che gli avrebbe dato la pazzia, è la più intelligente delle malattie: una gamba che zoppica automaticamente, appena scorge di lontano la preda.

Egli è il gran ragno di Piazza Duomo.

Le mosche sono i concittadini che gli fanno l’elemosina.

Voi lo vedete di lontano e naturalmente vi seccate di questo pitocco quotidiano, che non vi lascia mai senza riscuotere il pedaggio, e cercate di cambiare direzione ai vostri passi.

Ma già Matteo vi rassicura col fingere di non avervi visto, e, meglio, col darvi le spalle, come uno che se ne vada pei fatti suoi.

Date un oh! di soddisfazione e continuate il vostro cammino sollecitamente.

Pochi minuti dopo svoltate un angolo o arrivate al caffè “Al Vermouth” e vi vedete dinanzi, fermo, il cav. Matteo, senza cappello, che vi stende la mano, torcendo il volto con una smorfia, che per lui è atteggiamento pietoso.

Come sfuggirgli più? E gli date il soldo».

La sua casa era dunque Piazza Duomo e il suo giaciglio i gradini della Cattedrale.

Da questo luogo non sfrattava mai.

Quando, con l’istituzione dell’Ospizio ai Cappuccini, si pensò al ricovero dei numerosi vecchi abbandonati, il cav. Matteo in principio si oppose e protestò per non essere “rinchiuso” e per non perdere la “libertà“.

L’idea di chiudersi nel ricovero lo spaventava, per cui andava dicendo che non avrebbe ceduto mai.

Ma dietro l’insistenza, le rassicurazioni e le buone maniere delle pie dame, si lasciò convincere e fu tolto dalle vie.

La sua accondiscendenza servì naturalmente di esempio ai suoi numerosi colleghi.

Ma anche nell’Ospizio S. Giuseppe continuò a svolgere il suo ruolo primario, nel quale ci si compiaceva di assecondarlo.

Sicchè, quando si fece il pranzo di inaugurazione del ricovero (al quale parteciparono 45 accattoni), giunti al dessert, il cav. Matteo si levò per brindare a Donna Maria De Peppo Serena, Presidentessa dell’Ospizio.

Le sue parole furono interrotte spesso da assordanti acclamazioni.

Nell’ospizio il cav. Matteo (detto anche il «ciceraro», forse dalla sua vecchia attività) trovò finalmente tranquillità e assistenza.

Ma anche lì la sorte lo perseguitò e, come per un gioco crudele del destino, quella che poteva essere una lunga e benefica sistemazione, si risolse in un breve e sfortunato soggiorno.

Appena qualche mese dopo il ricovero il cav. Matteo si ammalò: «Matteo è a letto con la tosse e le monache lo curano».

Nonostante le assistenze e le premure prodigategli le sue condizioni peggiorarono sempre più, finché si spense l’11 settembre 1900.

«Era destino che questo povero disgraziato dovesse morire proprio quando pietosamente era stato sottratto al mestiere dell’accattone! Povero Matteo.

Era presago della sua fine; si ribellò in sulle prime all’ordine di entrare nel ricovero, ma poi vi entrò e se ne mostrò contento.

Il destino non ha voluto che godesse a lungo la pace che anime pietose gli avevano procurato».