MANGIATI LI PANI

PERSONAGGIO POPOLANO: MANGIATI LI PANI

dal libro “Chi campa, véde” di Dionisio Morlacco

 

LA VOLPE ALESSANDRO – PITTORE

Con tale motto (mangiati li pani) Michele Quatraro soleva chiudere ogni conversazione e troncare ogni discussione.

Dopo aver partecipato alla guerra libica e al primo conflitto mondiale come Cavalleggero del 5° Novara, fu congedato in seguito all’armistizio del 1918.

Per lui erano stati nove anni, lunghi e intensi, di vita militare.

Fu così che in una fredda è tarda sera di novembre, con l’ultimo treno locale delle 23, tornò a Lucera, all’insaputa dei familiari.

Per le strade deserte della città addormentata, con l’animo gonfio di emozione e di ansia, bussò alla porta della casa paterna.

– Chi è? Chi sì? — chiese la madre con voce assonnata.

Mammì arapi, che sono mì!

– Chi sì ? –

Mì, mì !

– Ma chi sì ?!

– Non mi conoschi più? Tuo figlio Micheli!

La povera madre, ormai invecchiata, ebbe un sussulto, corse id aprire la porta e abbracciò il figlio.

Confusi di gioia e di sonno, i poveri genitori si diedero a preparare la tavola, alla buona, per rifocillare il reduce, tornato stanco e affamato.

Mammì, sali in tavola!

La povera madre non capiva.

– Mammì, sali in tavola! — ripeté Michele.

Uh, povere figghje mije! E che agghja fà sop’a tavele?

– Ma no, non capischi! Vogghje u sale sope i pemmedore. A salire !

Povere Mecheline mije! Parle cum’allà ssope.

Il linguaggio di Michele Quatraro infatti non era più quello di prima, il lucerino semplice e spontaneo.

Ora la sua era una parlata ibrida, un miscuglio di termini lucerini, novaresi, italiani.

E per questo suo modo di esprimersi, per le sue originali battute, per le sue stranezze e per il racconto dei suoi anni di guerra, Mangiati il pani divenne subito popolare ed entrò nella storia cittadina.

– Prondo! Chingo parlo ?

Questo uno dei suoi tanti modi di dire, che snocciolava quando, in comitiva, nelle private feste da ballo, dove era sempre invitato per portare l’allegria, si dava ad imitare i rumori del treno in corsa.

Approntava un tavolo e sopra vi poneva piatti, coperchi e tegami, con coltelli, forchette e cucchiai, per imitare il cadenzato correre del treno.

– Signori, siete pregati di nghianare in vettura !

Poi un fischio fatto col dito mignolo piegato in bocca, come segnale del capostazione.

– In carrozzi! Si parte! – Seguiva il sibilo della locomotiva:

— Tù – tùuu!

Faceva aria con la bocca e sbuffava, dapprima lentamente, poi con più frequenza.

Sbatteva pugni e gomiti sulla tavola ritmicamente.

– Fermata a Pilligrini!…. a Vaccarelli! – Poi via, fino a Foggia.

— Signori si scende! Staziona di Foggi !

Così terminava l’esibizione di Michelino, in manica di camicia, che si asciugava il sudore grondante tracannando vino.

Mai mbriaco … solo brilli — ripeteva.

Una volta, mentre era a passeggio con un amico : — Lei romano? — chiese. – Ma che dici? Sono lucerino come te!

– No, non capischi. Dico lei romano? – Voleva dire: «Lei rimane?».

E quando un giorno si presentò all’ufficio anagrafico per chiedere un certificato e l’impiegato gli chiese la professione:

— Militare – rispose.

E non aveva tutti i torti, perché negli atteggiamenti e nell’animo era rimasto un soldato, tanto che, in occasione delle pubbliche celebrazioni, indossata la divisa, messi i gambali e gli speroni, prendeva parte alla cerimonia, insieme con le autorità.

Se poi gli chiedevano: – Mechè, e ‘a fatighe ?

– Mangiati il pani ! — rispondeva perentorio.